Quali volti offriamo ai nostri giovani?
C’è una notizia che arriva dalla Cina e che merita una riflessione anche in Italia.
Nell’agosto scorso, un centro commerciale della provincia dello Shandong ha scelto di sostituire uno spazio pubblicitario con il ritratto di Qian Xuesen, uno dei protagonisti del programma spaziale cinese. Quel gesto ha attirato l’attenzione e altri centri commerciali hanno seguito l’esempio, dedicando i propri spazi a scienziati e ricercatori che hanno contribuito al progresso dell’umanità.
L’idea, nella sua semplicità, contiene una domanda importante: quali volti mettiamo davanti agli occhi dei nostri ragazzi?
Le immagini che incontriamo ogni giorno non sono soltanto elementi del paesaggio urbano. Raccontano ciò che una società considera degno di attenzione, ciò che sceglie di ricordare, ciò a cui attribuisce valore. E contribuiscono, insieme alla famiglia, alla scuola e alle esperienze quotidiane, a formare l’immaginario delle nuove generazioni.
Non si tratta di contrapporre gli scienziati ai campioni dello sport, agli artisti o ai protagonisti dello spettacolo. La popolarità non è una colpa e il successo non è, di per sé, un disvalore. La questione è un’altra: fare in modo che, accanto ai volti più conosciuti, trovino spazio anche quelli di persone che hanno dedicato la propria vita alla ricerca, alla conoscenza, all’innovazione e al miglioramento delle condizioni di vita degli altri.
Un ricercatore che contribuisce a sconfiggere una malattia, uno scienziato che apre nuove strade alla conoscenza, un agronomo che aiuta a combattere la fame, un insegnante che accompagna un ragazzo nella scoperta delle proprie capacità: sono storie diverse, ma unite da un elemento comune. Il valore di ciò che si fa non si misura soltanto dalla notorietà raggiunta, ma anche dal contributo offerto alla collettività.
È una riflessione che riguarda direttamente il mondo degli adulti. Non possiamo chiedere ai giovani di riconoscere il valore dell’impegno, della competenza, della responsabilità e del merito se poi non siamo capaci di renderli visibili nella vita quotidiana. Non basta indicare ai ragazzi ciò che non va. Occorre anche mostrare loro ciò che merita di essere conosciuto, rispettato e, quando possibile, seguito come esempio.
È proprio in questa prospettiva che si colloca SEGNALI, il progetto della Fondazione Insigniti OMRI: un percorso di riflessione e di responsabilità educativa che invita a cogliere i segnali della società e a interrogarsi sul messaggio che consegniamo alle nuove generazioni.
La vicenda cinese non è un modello da importare automaticamente. È uno spunto per porci una domanda che non conosce confini geografici: quanto spazio riserviamo, nella comunicazione pubblica e nei luoghi frequentati dai giovani, alle persone che testimoniano il valore della conoscenza, del sacrificio, della solidarietà e del servizio?
Forse, a volte, per educare non occorrono grandi proclami. Può bastare anche un gesto semplice: liberare uno spazio, raccontare una storia, rendere visibile un esempio.
Perché i giovani hanno bisogno di vedere non soltanto chi è riuscito ad arrivare in alto, ma anche chi, attraverso il proprio lavoro, ha contribuito a far avanzare tutti.
Anche questo è un segnale. E sta a noi adulti scegliere quale trasmettere.
