C’è una condizione sociale molto diffusa che rischia di rimanere invisibile: quella di chi si prende cura degli altri mentre continua a tenere insieme lavoro, famiglia e vita personale.

A richiamare l’attenzione su questo fenomeno è l’articolo di Sofia Spagnoli pubblicato oggi su Il Messaggero, che riporta i risultati della ricerca Ipsos Doxa sulla “generazione sandwich”, realizzata per Nuova Collaborazione.

Il termine “generazione sandwich” fu utilizzato per la prima volta nel 1981 dalla sociologa americana Dorothy Miller per descrivere gli adulti, soprattutto le donne di mezza età, stretti tra le necessità dei propri figli e quelle dei genitori anziani. Una definizione che, a distanza di oltre quarant’anni, descrive una condizione diventata sempre più diffusa.

I numeri della ricerca fotografano una realtà che merita attenzione. Nel Lazio, il 50 per cento degli intervistati dichiara di aver ridotto o sospeso temporaneamente il lavoro per esigenze di cura. Il 57 per cento afferma che gli impegni di assistenza hanno interferito significativamente con l’attività professionale o con la gestione della quotidianità.

Ma dietro le percentuali ci sono persone. Persone che riducono l’orario di lavoro, rinunciano a opportunità professionali, rimandano impegni, sacrificano tempo personale. Persone che si trovano a essere contemporaneamente figlie, genitori, lavoratori e caregiver.

È qui che la riflessione deve andare oltre i numeri. Perché queste persone rappresentano una vera e propria infrastruttura sociale invisibile. Tengono insieme famiglie, compensano carenze di servizi, assicurano assistenza e presenza. Lo fanno spesso senza riconoscimento, quasi fosse naturale che debbano farlo.

Ed è proprio qui che si apre anche una riflessione sul merito. Quanto merito c’è nel lavoro silenzioso di chi si assume responsabilità per gli altri, giorno dopo giorno, senza ricevere riconoscimenti e spesso senza neppure considerare ciò che fa come qualcosa che abbia un valore sociale?
La cultura del merito non deve riguardare soltanto i risultati professionali, le carriere o i traguardi visibili. Deve saper riconoscere anche il contributo quotidiano di chi, attraverso la propria responsabilità, la propria dedizione e il proprio sacrificio, contribuisce alla coesione della comunità.
Quello di chi si prende cura degli altri è, a tutti gli effetti, un valore sociale. E forse dobbiamo cominciare a chiamarlo anche merito.

La domanda allora diventa inevitabile: chi sostiene chi sostiene gli altri?
È una domanda che riguarda il welfare, il lavoro e le politiche familiari. Ma riguarda anche il modo in cui una società riconosce e valorizza le persone che ogni giorno contribuiscono, spesso silenziosamente, a tenerla insieme. Perché una comunità che vuole promuovere il merito deve imparare a vedere anche quello che non fa rumore.
E riconoscere il merito di chi, prendendosi cura degli altri, contribuisce ogni giorno alla nostra coesione sociale.