Di Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato consultivo della Fondazione Insigniti OMRI per la comunicazione istituzionale

Il 3 marzo, nel Palazzo del Palazzo del Quirinale, si svolgerà la cerimonia ufficiale di conferimento delle onorificenze dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana attribuite motu proprio dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L’iniziativa dà seguito al comunicato diffuso il 31 gennaio 2026, con il quale la Presidenza della Repubblica aveva annunciato i trentuno cittadini insigniti, individuati quali “esempi civili” per l’intera comunità nazionale.
Il provvedimento presidenziale va letto come qualcosa che eccede la dimensione formale dell’atto e la semplice cronaca del comunicato che lo accompagna. Non si tratta soltanto di un elenco di nomi, ma di una scelta culturale e civile. Attraverso questa prerogativa costituzionale, il Capo dello Stato esercita una delle sue funzioni più alte: quella di interprete dell’unità morale della Repubblica. Le onorificenze diventano così non solo attestati individuali, ma segni visibili di una visione condivisa di cittadinanza.
Il comunicato del 31 gennaio 2026 ha svolto una funzione essenziale: tradurre in linguaggio accessibile il significato di una decisione che appartiene alla sfera più significativa delle attribuzioni presidenziali. Con esso, il Quirinale ha delineato i criteri ispiratori del conferimento, offrendo al Paese non solo la notizia dei premiati, ma anche una chiave di lettura del merito riconosciuto.
Il primo criterio che emerge con chiarezza è quello del merito inteso come coerenza, non come successo. Il riconoscimento non coincide con la visibilità mediatica, con il primato o con l’eccezionalità fine a sé stessa, bensì con la continuità dell’impegno e con la capacità di tradurre i valori costituzionali in pratiche quotidiane. È un merito che matura nel tempo, spesso lontano dai riflettori, e che proprio per questo assume un significato pubblico profondo. La Repubblica sceglie di valorizzare chi ha fatto della responsabilità un tratto costante della propria azione.
Un secondo asse fondamentale è quello della cura, intesa in senso ampio: cura delle persone, dei legami sociali, dei contesti di fragilità. Tra i premiati figurano donne e uomini che operano là dove il tessuto sociale si assottiglia, dove solitudine, malattia, disabilità o esclusione rischiano di diventare condizioni permanenti. In questo quadro, la cura si configura come una forma alta di responsabilità civica e come un modo concreto di esercitare la cittadinanza. Non è semplice assistenza, ma costruzione di relazioni e di opportunità.
Accanto alla cura si colloca il principio dell’inclusione come pratica trasformativa. Sport, lavoro, arte, comunicazione e volontariato non sono soltanto ambiti di intervento, ma strumenti attraverso cui viene ridefinita l’idea stessa di partecipazione. Il merito non risiede nell’adattare le persone a sistemi rigidi, bensì nel modificare i sistemi affinché le differenze possano esprimersi pienamente. L’inclusione, così intesa, non è una concessione, ma un progetto consapevole che rafforza la qualità democratica della convivenza civile.
Il provvedimento richiama inoltre il valore del coraggio civile, inteso non soltanto come gesto straordinario, ma come disponibilità ad andare oltre il proprio ruolo. È il coraggio di assumersi una responsabilità che non è formalmente dovuta, ma eticamente necessaria: di non sottrarsi, di agire quando sarebbe più facile restare spettatori, di riconoscere nell’altro una responsabilità che ci riguarda. In questa prospettiva, il merito diventa un esercizio quotidiano di fedeltà ai principi repubblicani.
Un ulteriore criterio è quello della testimonianza. Raccontare esperienze di vita, trasformare il dolore o la difficoltà in consapevolezza condivisa, utilizzare linguaggi contemporanei per costruire reti di supporto e conoscenza diventa un atto di interesse generale. Non si tratta di esibizione, ma di restituzione: l’esperienza individuale che si fa patrimonio collettivo. I trentuno insigniti rappresentano, ciascuno nel proprio ambito, questa capacità di trasformare la vicenda personale in risorsa per la comunità.
Nel suo insieme, l’atto presidenziale propone un’idea di merito come sostegno, più che come affermazione personale. La Repubblica riconosce chi costruisce, accompagna, ripara, include; chi genera fiducia e opportunità per altri. È una scelta che parla al presente, ma guarda anche al futuro, indicando quali comportamenti e quali responsabilità siano ritenuti fondanti dell’identità democratica.
La cerimonia del 3 marzo al Quirinale non sarà dunque soltanto un momento solenne, ma un’occasione pubblica di riflessione sui valori che tengono insieme la comunità nazionale. In quel contesto istituzionale, il gesto del conferimento assumerà una dimensione simbolica forte: riconoscere il bene compiuto significa affermare che la Repubblica sa vedere, comprendere e valorizzare le energie positive diffuse nel Paese.
Questo riconoscimento racconta un’Italia che non si misura soltanto sui risultati economici o sulle classifiche, ma sulla qualità dei legami che è capace di creare. Ricorda che il merito, nella sua accezione più autentica, non è un fatto isolato, ma un’esperienza profondamente collettiva. E riafferma, nel cuore delle istituzioni repubblicane, l’idea che la cittadinanza si costruisce ogni giorno attraverso gesti di responsabilità, inclusione e cura.