Il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, non è soltanto una ricorrenza civile, ma un momento di riflessione collettiva sul rapporto dell’Italia con una delle vicende più complesse e dolorose della sua storia contemporanea: la questione del confine orientale, le foibe, l’esodo giuliano-dalmata e le profonde lacerazioni politiche e identitarie che segnarono il Nord-Est nel secondo dopoguerra.

Per decenni, questa storia è rimasta ai margini del discorso pubblico, compressa tra silenzi e contrapposizioni ideologiche che ne hanno impedito una piena elaborazione.

Solo recentemente, attraverso un graduale percorso politico e istituzionale, essa è entrata nel patrimonio della memoria repubblicana.

La questione orientale non può essere interpretata come un episodio isolato né ridotta a una semplice conseguenza della Seconda guerra mondiale.

È il risultato di una lunga stratificazione storica, nella quale si intrecciano nazionalismi, conflitti ideologici e aspirazioni territoriali.

Le terre dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono per secoli luoghi di contaminazione culturale; nel Novecento divennero invece il teatro di una violenta competizione tra Stati e identità contrapposte.

Il fascismo, con le sue politiche oppressive verso le popolazioni slave, aggravò un clima già teso, preparando il terreno a una spirale di violenze che esplose con il crollo del regime e l’avanzata delle forze jugoslave.

Le foibe e l’esodo rappresentano l’esito più drammatico di questa frattura: migliaia di persone furono uccise o costrette ad abbandonare le proprie case per l’appartenenza a comunità percepite come ostili a un progetto politico.

Non si trattò di episodi isolati, ma di un processo che assunse i tratti di una vera e propria epurazione etnica e ideologica.

Al tempo stesso, una lettura riduttiva o manichea di questi eventi ne tradirebbe la complessità. Le violenze inflitte dal fascismo e le sofferenze subite dagli italiani nel dopoguerra fanno parte di una storia europea segnata dal totalitarismo e dalla guerra.

Per lungo tempo la Repubblica faticò a individuare un linguaggio condiviso per affrontare queste vicende. La Guerra fredda, gli equilibri diplomatici con la Jugoslavia e le divisioni interne tra culture politiche produssero una rimozione collettiva, spesso definita una “congiura del silenzio”.

Ne derivò una frattura tra memoria privata e pubblica, che lasciò gli esuli soli nel custodire e trasmettere il proprio vissuto, mantenendo aperto il rischio di strumentalizzazioni ideologiche.

La svolta giunse nel 2004 con l’istituzione del Giorno del Ricordo. Quel voto parlamentare segnò un passaggio decisivo: lo Stato riconobbe ufficialmente una tragedia rimasta a lungo ai margini, assumendosene la responsabilità storica.

Non fu un’operazione di parte, ma di un atto fondativo di una memoria più matura, capace di includere senza assolvere e di ricordare senza alimentare nuovi conflitti.

Il ruolo dei Presidenti della Repubblica si è rivelato centrale. Il Quirinale, per sua natura super partes, ha garantito una sintesi, trasformando una memoria a lungo divisiva in un terreno di possibile condivisione.

Carlo Azeglio Ciampi restituì dignità pubblica al ricordo, sottolineando la necessità di rompere il silenzio e di riconoscere il dolore degli esuli come parte integrante della storia nazionale.

Giorgio Napolitano proseguì su questa linea, inserendo il tema in una prospettiva europea e internazionale. Nei suoi interventi, il riconoscimento delle sofferenze patite dagli italiani fu affiancato al richiamo alle responsabilità storiche del fascismo, in un equilibrio complesso ma indispensabile.

Le reazioni registrate oltre confine mostrarono quanto la memoria resti un terreno sensibile e quanto sia indispensabile affrontarla con rigore e misura.

In questa direzione si collocarono anche gesti simbolici di riconciliazione, come l’incontro del 20 luglio 2010 a Trieste tra i Presidenti di Croazia, Italia e Slovenia, con l’omaggio condiviso ai luoghi della memoria e il concerto diretto da Riccardo Muti.

Con Sergio Mattarella questo percorso ha trovato continuità. Il Presidente ha definito le tragedie del confine orientale “pagine strappate” della storia nazionale, da ricomporre senza cedere a semplificazioni o revisionismi.

La sua azione si è distinta per l’insistenza sulla dimensione europea come spazio naturale entro cui superare nazionalismi e memorie contrapposte.

I gesti condivisi con il Presidenti Boris Pahor, culminati nel 2020 nell’omaggio congiunto alla Foiba di Basovizza e al Monumento ai caduti sloveni, hanno segnato un passaggio di alto valore simbolico nel processo di riconciliazione.

In questa prospettiva si inserisce la designazione di Gorizia e Nova Gorica a Capitale europea della cultura, simbolo di come luoghi un tempo divisi da confini e conflitti possano diventare spazi di un progetto comune che valorizza la diversità.

La memoria, fondata sulla conoscenza storica e sul rispetto reciproco, può evolvere da fattore di divisione a strumento di dialogo.

Il Giorno del Ricordo, a più di vent’anni dalla sua istituzione, rappresenta una tappa significativa della maturazione democratica del Paese.

Ricordare le foibe e l’esodo significa riconoscere tutte le vittime, senza gerarchie ideologiche, e accettare la complessità della storia.

L’impegno delle istituzioni repubblicane dimostra che lo Stato può custodire una memoria responsabile, trasformando una ferita in una lezione civile per le generazioni future.

La questione del confine orientale non riguarda solo il passato, ma misura la capacità dell’Italia di essere una comunità consapevole, europea e riconciliata con la propria storia.

Costantino Del Riccio,
Presidente del Comitato consuntivo della Fondazione OMRI
per la comunicazione istituzionale.