Firenze, sessant’anni dopo l’alluvione: la memoria della solidarietà e la responsabilità della prevenzione
La Fondazione Insigniti OMRI ospita la riflessione di Costantino Del Riccio, presidente del Comitato consultivo della Fondazione Insigniti OMRI per la Comunicazione istituzionale, in occasione del sessantesimo anniversario della tragedia del 4 novembre 1966 e della visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Firenze.
A sessant’anni dall’alluvione che sconvolse Firenze, la memoria di quei giorni restituisce una delle pagine più significative della storia civile del nostro Paese. Una tragedia che mise a dura prova una città e il suo patrimonio umano, artistico e culturale, ma che fece emergere anche una straordinaria mobilitazione collettiva, diventata simbolo di solidarietà e partecipazione: quella degli Angeli del fango.
In questa riflessione, Costantino Del Riccio ripercorre gli eventi, le ferite e la risposta della comunità nazionale e internazionale, proponendo una lettura che va oltre la commemorazione. Perché ricordare significa anche interrogarsi sulle responsabilità delle istituzioni, sulla tutela del territorio, sulla sicurezza del patrimonio culturale e sulla necessità di investire nella prevenzione. Un messaggio di particolare attualità, nel segno di una cultura della protezione civile che deve tradurre la memoria in azioni concrete.
Ecco il testo del contributo di Costantino Del Riccio
Mattarella a Firenze, sessant’anni dopo l’alluvione: gli angeli del fango, la solidarietà e il dovere di prevenire.
Il 4 novembre 1966 era un giorno di festa. Firenze commemorava la vittoria del 1918 e la conclusione della Grande Guerra sul fronte italiano.
Da quella mattina, però, la data avrebbe assunto per la città un significato irreversibile.
L’Arno entrò nelle case, sommerse le botteghe e invase i luoghi che custodivano secoli di storia.
Sessant’anni dopo, ricordare l’alluvione significa tornare a quella frattura, senza lasciare che il racconto della solidarietà attenui la misura delle perdite né il dovere della prevenzione.
Le piogge persistenti avevano gonfiato il bacino del fiume. Nella notte fra il 3 e il 4 novembre, l’emergenza investì il Casentino e il Valdarno; poi la piena travolse Firenze.
L’acqua, mescolata a fango e nafta, penetrò negli edifici, interruppe i collegamenti e ostacolò i soccorsi.
In via dei Neri raggiunse quattro metri e novantadue centimetri: una quota che restituisce ancora oggi la sproporzione tra la vita quotidiana di un quartiere e la violenza che lo sommerse.
Il Comune ricorda trentacinque vittime tra Firenze e la provincia. Prima dei capolavori feriti vengono quelle vite, le famiglie rimaste senza casa, il lavoro perduto in poche ore, la città costretta a reimparare a vivere nei propri luoghi.
La fama universale della città concentrò comprensibilmente l’attenzione sulle opere d’arte. Ma l’alluvione colpì una comunità, fatta anche di officine, piccoli commerci, economie domestiche.
Ricostruzione significò restituire ai fiorentini la possibilità di abitare e lavorare dove l’acqua li aveva scacciati.
Alla Biblioteca Nazionale Centrale furono danneggiate circa un milione di unità bibliografiche. Il direttore Emanuele Casamassima organizzò il recupero insieme al personale, mentre arrivavano volontari dall’Italia e dall’estero.
Quei libri gonfi d’acqua, passati di mano in mano, resero evidente quanto fosse fragile il patrimonio affidato alla loro cura. La cultura ha una consistenza materiale, può deteriorarsi e andare perduta.
Conservarla richiede competenze, risorse e vigilanza.
L’acqua minacciò la Cappella dei Bardi affrescata da Giotto.
A Santa Croce, il Crocifisso di Cimabue divenne l’immagine più dolorosa della catastrofe. Secondo l’Opera di Santa Croce, andò perduto il sessanta per cento della superficie pittorica.
Il lungo restauro consentì di recuperare l’opera, senza poter cancellare il danno.
Quelle lacune impediscono di trasformarla in un simbolo consolatorio: testimoniano ciò che è stato salvato, ma anche ciò che nessuna generosità avrebbe potuto restituire.
Dal 2013 il Crocifisso è collocato nella sagrestia, in una posizione scelta per proteggerlo dal rischio alluvionale.
L’emergenza mostrò l’insufficienza degli strumenti di previsione e coordinamento.
Il 6 novembre il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat visitò Firenze a bordo di un mezzo militare.
La sua presenza esprimeva la vicinanza dello Stato a una popolazione ancora sconvolta, che chiedeva soccorsi e risposte. A Palazzo Vecchio, il sindaco Piero Bargellini diede voce ai bisogni dei cittadini. Il suo nome sarebbe rimasto legato all’alluvione per la responsabilità assunta nelle ore più difficili.
Intanto arrivavano gli “Angeli del fango”. Erano soprattutto giovani, molti alla prima esperienza di un impegno civile così concreto. Spalavano, recuperavano volumi, affiancavano bibliotecari e soccorritori. Lavorarono accanto a militari e vigili del fuoco, in una mobilitazione che superò frontiere e appartenenze.
La loro forza stava nella disponibilità a fare ciò che serviva, anche il lavoro più umile, per aiutare persone che non conoscevano.
La solidarietà assunse anche una dimensione pubblica internazionale. Franco Zeffirelli realizzò il documentario “Per Firenze”, con la voce di Richard Burton, contribuendo a diffondere nel mondo l’appello della città.
Il senatore Ted Kennedy giunse a Firenze pochi giorni dopo il disastro e lanciò una una raccolta fondi negli Stati Uniti.
Il patrimonio minacciato parlava a persone lontane per lingua e storia. Firenze apparteneva ai suoi abitanti, ma ciò che custodiva riguardava anche chi non aveva mai percorso le sue strade.
La risposta mostrò quanto un legame culturale potesse tradursi in responsabilità condivisa.
Sergio Mattarella tornerà a Firenze il prossimo 4 novembre per il sessantesimo anniversario. Già nel cinquantenario richiamò il contributo di quella vicenda alla crescita del volontariato, all’evoluzione del restauro e alla costruzione di una moderna protezione civile.
Da quell’esperienza nacquero conoscenze e collaborazioni destinate a durare.
Quei progressi furono però il risultato del lavoro umano contro le conseguenze del disastro: non ne compensano le perdite, né le sofferenze che nessun anniversario può riscattare.
Oggi la commemorazione deve misurarsi con la capacità di ridurre il rischio. La manutenzione del territorio deve accompagnarsi a sistemi di allerta comprensibili e a piani di emergenza conosciuti dalla popolazione.
Musei, archivi e biblioteche devono poter mettere al sicuro le proprie raccolte prima che l’acqua raggiunga sale e depositi.
La sicurezza richiede continuità amministrativa e verifiche pubbliche, anche quando non produce consenso immediato.
Significa rendere conto delle opere realizzate e di quelle ancora necessarie, svolgere esercitazioni e spiegare con chiarezza quali comportamenti adottare quando scatta un allarme.
Le targhe sui muri di Firenze indicano ancora fin dove arrivò l’Arno. Chi passa può leggerle come una curiosità del passato oppure riconoscervi una domanda rivolta al presente: quanto siamo preparati a proteggere ciò che ci è affidato?
Gli angeli del fango risposero con le mani, quando la catastrofe era già avvenuta.
A sessant’anni di distanza, onorarli significa assumersi anche il compito meno visibile: intervenire prima.
Costantino Del Riccio
