Il professor Pietro Pietrini, Direttore del Molecular Mind Laboratory della Scuola IMT Alti Studi di Lucca e Presidente del Comitato consultivo per le Neuroscienze applicate al benessere delle future generazioni della Fondazione Insigniti OMRI, richiama l’attenzione sul rapporto tra sviluppo cerebrale, capacità di autodeterminazione e responsabilità dei minorenni. Una riflessione che acquista particolare attualità nel dibattito sulle risposte alla crescente criminalità minorile.
La responsabilità non può prescindere dalla conoscenza
Quando un adolescente commette un reato, la domanda che una società deve porsi non riguarda soltanto quale sanzione applicare. Deve riguardare anche quanto conosciamo realmente dei processi che stanno alla base delle sue decisioni, della sua capacità di controllare gli impulsi e di valutare le conseguenze delle proprie azioni.
È questo il terreno sul quale si incontrano oggi diritto, neuroscienze e politiche di prevenzione.
A riportare il tema all’attenzione del dibattito pubblico è il professor Pietro Pietrini, neuroscienziato e direttore del Molecular Mind Laboratory della Scuola IMT Alti Studi di Lucca, in un’intervista pubblicata da Il Dubbio dal titolo «Dl anti-maranza, la neuroscienza boccia l’imputabilità per i minorenni».
Per la Fondazione Insigniti OMRI, il contributo di Pietrini rappresenta un’occasione importante per approfondire un tema che riguarda direttamente il benessere delle future generazioni: comprendere come matura il cervello dell’adolescente e quali conseguenze questa maturazione possa avere sulla capacità di autodeterminazione e sul comportamento.
Un cervello che non ha ancora completato il proprio sviluppo
L’adolescenza è una fase nella quale il cervello è ancora interessato da importanti processi di maturazione. Le funzioni che consentono di valutare le conseguenze delle proprie azioni, controllare gli impulsi, programmare il comportamento e resistere alle pressioni dell’ambiente non raggiungono tutte contemporaneamente il livello di maturazione dell’età adulta.
Questo non significa affermare che un adolescente non sappia distinguere il bene dal male, né tantomeno che la giovane età possa diventare una giustificazione per il comportamento criminale. Significa, piuttosto, riconoscere che la capacità di comprendere una regola e quella di governare pienamente il proprio comportamento non sono necessariamente la stessa cosa. Ed è proprio su questa distinzione che le neuroscienze possono offrire un contributo importante al diritto e alle politiche pubbliche.
Pietrini richiama infatti l’attenzione sulla necessità di considerare ciò che la ricerca scientifica ha progressivamente consentito di comprendere sullo sviluppo cerebrale. La neuroscienza non può naturalmente sostituire il giudizio del magistrato né trasformarsi in una nuova forma di determinismo biologico. Può però fornire strumenti di conoscenza utili a comprendere meglio i meccanismi che accompagnano il comportamento umano.
Conoscere non significa giustificare
È questo, forse, il punto più importante da chiarire. Comprendere non significa giustificare. Conoscere il funzionamento del cervello adolescente non significa negare la responsabilità individuale, né significa rinunciare alla tutela delle vittime e della sicurezza collettiva. Significa, al contrario, cercare di rendere più efficace la risposta della società.
Se un giovane presenta una maggiore vulnerabilità all’impulsività, alla pressione del gruppo, alla ricerca della gratificazione immediata o alla sottovalutazione delle conseguenze future, la domanda non può essere soltanto quale pena infliggere dopo che il reato è stato commesso.
Deve essere anche: che cosa avremmo potuto fare prima? È qui che il tema della criminalità minorile incontra quello della prevenzione.
Dalla repressione alla prevenzione
Una società che si occupa delle proprie future generazioni non può limitarsi a intervenire quando il comportamento criminale è già diventato realtà. Deve interrogarsi sui fattori che possono favorirlo: condizioni familiari e sociali, dispersione scolastica, disagio, esclusione, violenza assistita, dipendenze, modelli comportamentali, pressione dei pari e ambiente digitale.
Le neuroscienze possono contribuire a comprendere come questi fattori interagiscano con un cervello ancora in fase di sviluppo.
Questo non elimina la responsabilità personale. Può però aiutare a individuare finestre di intervento più precoci ed efficaci, quando è ancora possibile modificare traiettorie comportamentali che, se trascurate, rischiano di consolidarsi.
La vera sfida, dunque, non è scegliere tra sicurezza e tutela dei minori.
È costruire una politica della sicurezza che sappia prevenire prima di dover reprimere.
Il diritto e la scienza devono dialogare
Il tema assume particolare rilievo anche alla luce dell’attuale dibattito legislativo.
Il Consiglio dei ministri, il 23 luglio 2026, ha approvato un disegno di legge che interviene sull’articolo 98 del Codice penale introducendo, per i minori tra i 14 e i 18 anni, una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere, superabile attraverso la prova contraria. Si tratta di una proposta normativa e non di una disposizione già entrata in vigore.
È proprio in momenti come questo che il dialogo tra scienza, diritto e istituzioni diventa indispensabile.
Il legislatore deve assumere le proprie decisioni. La scienza deve continuare a produrre conoscenza. Le istituzioni devono trasformare quella conoscenza in politiche capaci di proteggere contemporaneamente la sicurezza della collettività e il futuro dei giovani. Nessuno di questi ambiti può sostituirsi agli altri.
Una responsabilità verso le future generazioni
È questa la prospettiva nella quale la Fondazione Insigniti OMRI intende valorizzare il contributo di Pietro Pietrini. Il Comitato consultivo per le Neuroscienze applicate al benessere delle future generazioni nasce proprio con l’obiettivo di favorire un confronto tra conoscenza scientifica, istituzioni e società su questioni che riguardano il futuro delle persone e della comunità.
La criminalità minorile è una di queste.
Perché dietro ogni comportamento criminale di un giovane c’è una vittima da tutelare, una comunità da proteggere e, allo stesso tempo, una giovane vita che può ancora essere recuperata. La sfida è tenere insieme queste tre dimensioni senza sacrificare nessuna delle altre.
La conoscenza come strumento di prevenzione
La riflessione di Pietrini ci ricorda, in definitiva, che una società più sicura non è necessariamente quella che interviene più duramente dopo il reato. È quella che riesce a comprendere prima i meccanismi che possono condurre al reato e costruisce strumenti per interromperli.
Le neuroscienze non offrono una scorciatoia per sottrarre responsabilità. Offrono, piuttosto, una possibilità in più per comprenderla, valutarla e soprattutto prevenirla.
Ed è proprio nella capacità di trasformare la conoscenza scientifica in prevenzione che può risiedere una delle forme più concrete di responsabilità verso le future generazioni.
Il contributo prende spunto dall’intervista del professor Pietro Pietrini pubblicata da «Il Dubbio» il 14 agosto 2026, dal titolo «Dl anti-maranza, la neuroscienza boccia l’imputabilità per i minorenni».