L’ho visto sulle Volanti della Questura di Roma: smettemmo di descrivere i dettagli e la sequenza si fermò
Ancora tragedie familiari. Ancora famiglie distrutte. E ancora una volta la cronaca ci consegna vicende che, per la loro drammaticità, occupano le prime pagine dei giornali.
Alcuni giornali oggi in edicola richiamano gli ultimi casi di tragedie familiari verificatisi in pochi giorni: la famiglia romana trovata senza vita il 31 agosto, poi i casi di Barberino di Mugello, Ostia, Firenze e del Savonese. Vicende diverse, nelle quali sembrano emergere profonde condizioni di sofferenza e di alterazione psicologica, ma nelle quali potrebbe avere un ruolo anche il meccanismo dell’emulazione.
Sono episodi che rientrano in quella casistica dolorosa delle tragedie familiari che, pur nella loro diversità di storie, contesti e dinamiche, presentano elementi ricorrenti noti alla criminologia: si consumano all’interno delle mura domestiche, coinvolgono legami stretti e maturano spesso in un isolamento che le rende difficili da intercettare.
Sono fatti diversi l’uno dall’altro, e sarebbe sbagliato stabilire collegamenti che oggi non possiamo dimostrare.
Ma proprio la loro successione mi pone una domanda che mi accompagna da molti anni: quanto può incidere il modo in cui raccontiamo una tragedia su chi, in quel momento, sta vivendo una propria condizione di fragilità?
La successione di questi episodi in pochi giorni non ci dice che esista un nesso tra loro, ma ci dice altro: che esistono fragilità che, se intercettate prima, possono trovare un’alternativa.
La cronaca ha il dovere di raccontare i fatti, ma anche di non trasformare il dolore privato in un copione. Per questo, accanto al racconto, servono i numeri dei servizi, i presidi territoriali, i percorsi di aiuto.
È una domanda che non nasce soltanto dallo studio, ma anche dall’esperienza professionale.
Negli anni in cui prestavo servizio sulle Volanti della Questura di Roma e frequentavo un corso di criminologia alla Sapienza, mi capitò di osservare una sequenza di suicidi che presentavano elementi ricorrenti, pur riguardando persone sconosciute e quartieri diversi.
In quei casi, la cronaca riportava spesso non solo la notizia, ma anche particolari sulle modalità del gesto: il luogo preciso, la sequenza degli eventi, gli strumenti utilizzati, talvolta persino le circostanze che lo avevano preceduto.
Quei dettagli finivano così per ripetersi da un articolo all’altro e da un caso all’altro, diventando una rappresentazione riconoscibile del suicidio.
Non posso dire che quei racconti avessero provocato i gesti successivi. Sarebbe una conclusione che la nostra esperienza non consentiva di dimostrare.
Ma ci chiedemmo se, per una persona già fragile e in cerca di una via d’uscita, quella ripetizione potesse rendere il gesto più concreto, più immaginabile, quasi una possibilità già presente.
Per questo provammo, anche nella comunicazione con la stampa, a cambiare approccio: continuare a informare sull’accaduto, ma interrompere la descrizione dei dettagli operativi e delle modalità.
L’obiettivo era evitare che il racconto offrisse un modello da ripetere.
E ricordo che, quando quei dettagli smisero di essere riportati, gli episodi si ridussero fino a interrompersi, senza che questo significasse nascondere i fatti o sottrarre dignità alle vittime.
Non pretendo che quell’esperienza possa essere considerata una prova scientifica. Sarebbe scorretto trasformare un’osservazione professionale in una certezza scientifica.
Ma quella esperienza mi è rimasta dentro e, ancora oggi, mi porta a pormi la stessa domanda.
Davanti alle tragedie familiari che si susseguono nella cronaca, quanto conta il modo in cui scegliamo di raccontarle?
Informare è un dovere. Come informiamo è una responsabilità