Nel giorno del ricordo della strage di Capaci, l’Italia si raccoglie nel silenzio della memoria per rendere omaggio a chi sacrificò la propria vita in difesa della legalità e della democrazia.
A trentatré anni da quel tragico 23 maggio 1992, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato come quella strage rappresenti una delle pagine più dolorose della storia nazionale, sottolineando che la violenza mafiosa colpì non soltanto uomini dello Stato, ma i valori fondamentali della libertà e della dignità dell’intero popolo italiano.
“Il 23 maggio ha segnato la storia della Repubblica. La strage di Capaci, manifestazione tra le più sanguinarie della disumanità mafiosa, fu un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani. Nell’anniversario, il primo pensiero, commosso, va a Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo e agli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, barbaramente uccisi in quel tragico giorno. A loro saranno sempre uniti, con lo stesso filo della memoria, i nomi di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, vittime della medesima strategia eversiva e anch’essi testimoni fino al sacrificio estremo dei valori costituzionali incompatibili con le trame infami della mafia”.
Il 23 maggio non è soltanto una data della memoria nazionale: è una ferita ancora aperta nella coscienza civile dell’Italia. La strage di Capaci rappresentò uno dei momenti più oscuri della Repubblica, un attacco diretto non solo allo Stato, ma all’idea stessa di libertà, giustizia e convivenza democratica.
Con l’esplosione che spezzò la vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, la mafia volle lanciare un messaggio di terrore: dimostrare la propria forza colpendo chi aveva avuto il coraggio di incrinarne il potere.
Ma quel progetto di intimidazione produsse anche l’effetto opposto: risvegliò la coscienza di un’intera nazione.
Falcone e Paolo Borsellino non furono soltanto magistrati straordinari; furono uomini dello Stato che trasformarono il contrasto alla mafia in una battaglia culturale e morale prima ancora che giudiziaria. Avevano compreso che Cosa Nostra non si combatte soltanto nelle aule dei tribunali, ma spezzando l’omertà, la complicità e l’indifferenza.
Il sacrificio loro e di tutte le vittime delle stragi del 1992 resta ancora oggi un monito potente. La mafia cambia volto, si infiltra nell’economia, nella corruzione e nelle zone grigie del potere, ma continua a prosperare ogni volta che arretrano il senso civico e la fiducia nelle istituzioni.
Per questo il ricordo non può ridursi a una commemorazione rituale. Fare memoria significa assumersi una responsabilità collettiva: educare i giovani alla legalità, difendere la trasparenza, sostenere chi ogni giorno combatte criminalità e soprusi. Significa soprattutto non accettare mai che la violenza mafiosa venga normalizzata o dimenticata.
Capaci non fu soltanto una strage. Fu una sfida lanciata alla democrazia italiana. E la risposta più autentica continua a vivere ogni volta che lo Stato, la scuola, la magistratura e i cittadini scelgono il coraggio della legalità contro ogni forma di paura e di silenzio.

