La Repubblica non si misura solo dalle leggi che scrive, ma dalla capacità di custodire la memoria di chi ha pagato con la vita per difenderla. Per questo, ogni anno, la nostra Fondazione affida la commemorazione a chi quella memoria la porta sulla pelle: i servitori dello Stato che hanno guardato in faccia la violenza mafiosa e hanno scelto di non indietreggiare.
La voce di chi è sopravvissuto
Tra loro c’è Calogero Germanà, Questore, Medaglia d’Oro al Valor Civile, membro della nostra Fondazione. Pochi mesi dopo Capaci e via D’Amelio, il 14 settembre 1992 a Mazara del Vallo, un commando armato di Kalashnikov tentò di ucciderlo. L’ordine era di Totò Riina.
A sparare furono Leonarda Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. La risposta di Germanà è stata continuare a fare il proprio dovere.
“Quella bomba a Capaci non colpì solo delle persone. Colpì lo Stato e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni” – racconta Germanà nelle sue testimonianze. “La mafia si combatte con le indagini e con l’impegno culturale di ognuno di noi, emulando il vissuto di Falcone e Borsellino e di tutti coloro che si sono sacrificati per difendere la comunità.
La mafia è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha avuto un inizio e avrà una fine.”
È questo il senso della memoria attiva: non un rito, ma una consegna. Ricordare Capaci significa dire ai ragazzi di oggi che Falcone, Borsellino e le altre vittime della mafia non sono morti invano. Il loro esempio vive ogni volta che un poliziotto, un magistrato, un insegnante o un cittadino sceglie di non voltarsi dall’altra parte.
La memoria diretta
A questa testimonianza si unisce quella di Giuseppe Costanza, autista del giudice Giovanni Falcone e membro della Fondazione OMRI. Sopravvissuto alla strage del 23 maggio 1992, Costanza porta con sé il ricordo diretto di quel giorno e l’impegno quotidiano di chi ha servito lo Stato al fianco di uno dei suoi servitori più illustri. Da anni partecipa alle iniziative per la legalità nelle scuole e nelle piazze, raccontando ai giovani che il servizio allo Stato non è un’eccezione, ma una responsabilità ordinaria di tutti.
La presenza di Germanà e Costanza nelle nostre iniziative non è commemorazione di un passato chiuso, ma di un presente che si dilata sempre più. È un ponte tra chi ha difeso la Repubblica e chi oggi è chiamato a difenderla.
Il compito che ci riguarda tutti
L’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nasce per riconoscere le benemerenze verso la Nazione. Non c’è benemerenza più alta di quella di chi ha messo la propria vita a servizio della legalità. Ma l’onorificenza non basta se non diventa esempio.
La nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e custodita anche dal sacrificio di uomini come Falcone e Borsellino, ci chiede oggi la stessa cosa: unità, coerenza, coraggio civile. Non servono gesti eroici quotidiani. Serve non voltarsi dall’altra parte quando si vede un’ingiustizia. Serve insegnare ai ragazzi che lo Stato siamo noi, e che la mafia si vince quando smettiamo di considerarla invincibile.
Oggi ricordiamo. Domani torniamo al nostro lavoro. Con la consapevolezza che la memoria, per avere senso, deve diventare impegno. E che l’impegno, per essere vero, deve essere condiviso.
A Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani e a tutti i servitori dello Stato caduti per la Repubblica, dobbiamo una sola cosa: continuare. Con coerenza, con coraggio, senza sconti.
Francesco Tagliente Presidente della
Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana
Nella foto Il Questore Calogero Germanà riceve la Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente della Repubblica

