Nel corso dell’evento organizzato a Pisa dedicato ai simboli della Repubblica, abbiamo avuto la conferma di quanto questi temi continuino a suscitare interesse, attenzione e riflessione profonda.
La partecipazione del pubblico non si è limitata all’ascolto: molti interventi hanno generato dialogo, consapevolezza e un’autentica emozione civica.

Per questo desidero condividere una riflessione che mi è stata inviata da Donatella Giraldi, spettatrice presente al convegno. Le sue parole testimoniano come affrontare i simboli nazionali nella loro dimensione storica, letteraria e culturale significhi riattivare la memoria e l’identità collettiva, restituendo ai simboli stessi la loro forza originaria.

Donatella parte dal significato dei simboli repubblicani — la bandiera, l’inno, l’emblema — e li mette in dialogo con Manzoni, Proust e Remo Bodei, individuando nel tema del “risveglio” un filo conduttore che attraversa epoche e sensibilità diverse. Ne emerge una riflessione intensa e attuale: i simboli non sono semplici oggetti, ma “cose” vive, cariche di storia, di sacrificio e di affetti, capaci di parlare ancora oggi al nostro senso civico.

Ricevere contributi così profondi conferma l’importanza di promuovere luoghi e momenti di confronto su questi temi: non per guardare nostalgicamente al passato, ma per riconoscere quanto quel passato continui a vivere in noi e possa ancora guidarci nella costruzione del presente.

Di seguito, con gratitudine, condivido integralmente la riflessione di Donatella Giraldi

Riflessione di Donatella Giraldi

«Leggo una definizione: i simboli principali dell’Italia sono la bandiera, l’Inno di Mameli e l’emblema della Repubblica Italiana, chiamati simboli patri italiani perché identificano univocamente il Paese, riflettendone storia e cultura.
Mi torna allora alla mente il Coro dell’atto III dell’Adelchi di Manzoni, versi ricchi di storia e densità psicologica che il grande autore ci ha lasciato in eredità.

Fin dai primi versi l’immagine è potente: servo sudore, volgo disperso. Non vi è identità, non vi è unità, non vi è patria (“O mia patria sì bella e perduta”). Poi, all’improvviso, il volgo disperso si desta: solleva la testa, i pavidi volti riscoprono le virtù dei padri e la memoria della propria storia. È un risveglio doloroso e insieme bello, incerto, oscillante tra speranza e scoraggiamento, forza e paura dei crudi signori che ancora opprimono l’Italia.

Il coraggio di chi combatte ridesta sensi, affetti e ricordi: è il risveglio. Il richiamo di Manzoni alle gesta dei padri è un monito chiaro: la libertà non si riceve da altri popoli, ma si conquista prendendo coscienza della propria condizione e liberandosi. Il risveglio, appunto.

Anche Proust parla del risveglio come ritorno alla coscienza dopo la “piccola morte del sonno”: ogni cosa riprende la sua posizione nello spazio e il mondo torna leggibile. Così accade al “volgo disperso”, privo di volto: il risveglio è un ritorno brusco alla verità della propria condizione servile e della perdita del proprio spazio.

Remo Bodei, grande filosofo, afferma che quando indirizziamo i nostri affetti verso un oggetto, questo diventa cosa: sia esso materiale o astratto. La bandiera, l’inno, l’emblema sono oggetti che diventano cose, nuclei di affetti. Nell’etimologia greca, il simbolo unisce due parti: riconnette gli oggetti al nostro nucleo affettivo, individuale e collettivo, tramandato dalla storia.

Ecco perché, quando risuona l’Inno di Mameli, molti pongono la mano sul cuore e si commuovono: è un risveglio, un ricordo che riaffiora, un contatto immediato con la nostra storia e con il dolore dei padri. L’inno-oggetto diventa cosa, un nucleo di affetti; e la ricongiunzione con questi affetti è, propriamente, il simbolo. È come sfiorare un mondo passato che vive ancora in noi: una piccola resurrezione dal sonno del tempo.

Perché i militari avvertono più intensamente il valore dei simboli? Forse perché sono più vicini alla sofferenza, alla perdita, alla fragilità della vita. Nel loro sguardo gli oggetti che diventano cose — nuclei di memoria e affetto — occupano più spazio: bisogna agire rapidamente, salvare vite, prevenire la morte, restituire alle cose la loro giusta collocazione. In questo rapporto concreto e profondo con l’esistenza, il simbolo si carica di un’intensità che parla direttamente al cuore.

A cosa servono allora i riti collettivi? A recuperare la memoria condivisa. L’uomo è un essere sociale: ha bisogno di ritrovare il ricordo del passato e, attraverso la compassione, quella sofferenza altrui che la storia consegna e che ci riavvicina a un’umanità che oggi spesso sembra dimenticata.
Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Terenzio).»