di Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo della Fondazione OMRI per la Comunicazione Istituzionale
L’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Forum Ambrosetti di Cernobbio non è stato una riflessione rituale sul destino delle istituzioni europee.
È stato, piuttosto, un monito di carattere storico e morale: l’Europa non è un accessorio della nostra vita democratica, ma il cuore stesso delle possibilità di vivere in pace e libertà.
Con lucidità e sobrietà, il Capo dello Stato ha posto una domanda che può sembrare scontata eppure, alla luce della storia recente, resta drammaticamente attuale: meglio la pace o la guerra?
Un interrogativo che potrebbe apparire retorico, ma che si scontra con la realtà di un mondo in cui i conflitti tornano a occupare la scena, le autocrazie avanzano e i nuovi imperialismi tentano di ridefinire gli equilibri globali.
La pace, ha sottolineato Mattarella, non è più un bene garantito: va difesa ogni giorno, con sacrificio, lungimiranza e coraggio politico.
Il Presidente ha voluto ricordare che l’Unione Europea non è una macchina burocratica, come spesso viene descritta in modo riduttivo.
Nelle intenzioni dei suoi fondatori – Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schuman – l’Europa era, ed è, un laboratorio di civiltà.
Nacque per prevenire i conflitti, unire i popoli attraverso l’integrazione economica e politica, trasformare la competizione distruttiva in cooperazione costruttiva.
Quella visione, ha insistito Mattarella, è ancora più necessaria oggi.
Le sfide globali – cambiamento climatico, rivoluzione digitale, disuguaglianze sociali, spinte aggressive di regimi autocratici – mettono in discussione la tenuta stessa delle democrazie.
Ed è proprio in questo scenario che l’Europa deve ritrovare la sua voce.
Non può permettersi esitazioni, né farsi frenare da piccoli calcoli nazionali.
La posta in gioco è alta: riguarda il modello stesso di società che vogliamo difendere – dignità della persona, giustizia, libertà.
Mattarella ha sottolineato che il mondo non guarda all’Europa per la sua potenza militare, ma per la sua forza morale e politica.
L’Unione è chiamata a dire no ai nuovi imperialismi, a contrastare la logica dei blocchi, a difendere un multilateralismo autentico.
È chiamata anche a resistere allo strapotere delle grandi corporazioni globali, da lui definite come nuove “Compagnie delle Indie”, in grado di condizionare gli equilibri internazionali senza alcun mandato democratico.
In questo quadro, il messaggio è rivolto anche al mondo dell’economia e della finanza: non basta produrre ricchezza, occorre indirizzarla verso il bene comune, rafforzando l’unità europea e contribuendo a una crescita che sia insieme equa e sostenibile.
Il Presidente ha poi posto una domanda scomoda:
“Com’è possibile che l’Europa venga considerata da alcuni un ostacolo, un avversario, se non addirittura un nemico?”
La risposta è nei fatti: l’Unione non ha mai scatenato un conflitto, non ha mai avviato guerre commerciali.
Al contrario, ha favorito intese, promosso missioni di pace, garantito stabilità economica e politica.
Ha alimentato libertà nei rapporti internazionali ed eguaglianza di diritti tra popoli e Stati.
Eppure, nonostante questi risultati, l’Europa continua a essere bersaglio di diffidenze e nazionalismi, spesso alimentati da forze politiche che preferiscono il consenso immediato alla responsabilità storica.
È contro questa deriva che Mattarella ha richiamato la memoria del dopoguerra, quando scelte coraggiose e lungimiranti posero le basi di un continente pacificato e prospero.
Le parole del Capo dello Stato hanno trovato eco anche nelle reazioni dei protagonisti del Forum:
Paolo Gentiloni ha ammesso che l’Europa, pur essendo una superpotenza economica, fatica ancora a esercitare un vero peso geopolitico.
Raffaele Fitto ha ribadito la necessità di riformare le istituzioni europee per renderle più efficaci, senza snaturarne i valori democratici.
Il prestigio di Mattarella non si limita però ai confini italiani.
La sua voce viene ascoltata nelle cancellerie europee, come dimostra l’invito del Bundestag a parlare il prossimo 16 novembre, in occasione del Volkstrauertag, la giornata del ricordo dei caduti di guerra.
Sarà l’occasione per ribadire, insieme alla Germania, la centralità della memoria storica e la responsabilità comune nel difendere la pace.
L’alternativa, in fondo, è chiara:
o un’Europa fedele al suo destino di pace e progresso, oppure un continente trascinato dalle forze centrifughe e dai nazionalismi, con il rischio di ripetere errori che la storia ha già mostrato come disastrosi.
“L’Europa serve al mondo”, ha concluso Mattarella.
Ma, prima ancora, serve a noi europei.
Non come semplice architettura istituzionale, ma come scelta di civiltà, come garanzia di un futuro che non torni a essere ostaggio della guerra, dell’odio e delle divisioni.

