Condividiamo, convinti di contribuire ad arricchire il patrimonio conoscitivo dei lettori del sito, la riflessione del dott. Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo della Fondazione per la Comunicazione istituzionale, sul valore della fiducia, dell’etica professionale e dei principi condivisi alla base della cooperazione tra Stati. Un contributo che, attraverso esperienze concrete e una profonda conoscenza del settore, evidenzia come il servizio alla collettività, il rispetto dello Stato di diritto e la responsabilità delle persone costituiscano il vero fondamento della sicurezza internazionale.

Testo del contributo di Costantino Del Riccio

La cooperazione internazionale viene spesso letta attraverso la dimensione degli strumenti istituzionali: trattati, organizzazioni sovranazionali, tecnologie, banche dati condivise e protocolli operativi. Strumenti indispensabili, ma che da soli non bastano: esiste infatti una dimensione meno visibile eppure decisiva, fondata sull’etica professionale condivisa, che rende possibile la collaborazione tra Stati anche nei contesti più complessi.

È questa la lingua comune che permette a donne e uomini appartenenti a ordinamenti giuridici differenti di riconoscersi immediatamente come parte della stessa missione.

Uno degli esempi più significativi è rappresentato dagli appartenenti alle Forze dell’ordine che, pur operando nell’ambito di legislazioni differenti, condividono principi capaci di trascendere ogni confine nazionale: il servizio alla collettività, la tutela dello Stato di diritto, il rispetto della persona, il senso del dovere e la disponibilità ad assumersi responsabilità anche nelle situazioni più difficili.

Sono valori che non hanno bisogno di traduzione e che, spesso, rendono la cooperazione più efficace di qualsiasi accordo formale.

Questa realtà emerge con particolare evidenza nella gestione dei grandi eventi internazionali.
Olimpiadi e Paralimpiadi, i Vertici G7, incontri intergovernativi e Giubileo, solo per citarne alcuni, rappresentano occasioni nelle quali operatori provenienti da esperienze e ordinamenti differenti sono chiamati a lavorare fianco a fianco.

La sicurezza di manifestazioni che coinvolgono milioni di persone dipende certamente dalla pianificazione, dalle tecnologie e dallo scambio di informazioni. Prima ancora, però, si fonda sulla fiducia reciproca costruita nel tempo attraverso relazioni professionali solide, credibili e durature.

Un esempio concreto è rappresentato dagli International Police Cooperation Centres, i Centri di cooperazione nei quali funzionari di Stati diversi operano quotidianamente negli stessi uffici condividendo informazioni, analisi e attività investigative.

La stessa logica ispira il lavoro delle Squadre Investigative Comuni, come quelle coordinate da Eurojust con il supporto operativo di Europol, nelle quali investigatori e magistrati di diversi Paesi affrontano congiuntamente fenomeni come il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di esseri umani, il narcotraffico e il cybercrime.

La cooperazione non si esaurisce nello scambio di informazioni: richiede fiducia reciproca, rispetto delle competenze, condivisione delle responsabilità operative e la consapevolezza di perseguire un obiettivo comune.

In questo contesto si colloca anche l’INTERPOL, la più grande organizzazione di polizia al mondo, che collega quasi tutti gli Stati attraverso una rete permanente di comunicazione e assistenza investigativa.

Grazie agli Uffici Nazionali, alle banche dati globali e al coordinamento delle operazioni di contrasto alla criminalità transnazionale, INTERPOL rappresenta uno strumento essenziale per la ricerca dei latitanti, il contrasto ai traffici illeciti, al terrorismo, alla criminalità informatica e alle organizzazioni criminali.

Anche in questo caso, tuttavia, l’efficacia del sistema non dipende solo dalla tecnologia, ma anche dalla fiducia reciproca tra gli operatori e dalla condivisione di standard professionali ed etici.

Lo stesso principio ispira le missioni internazionali di peacekeeping, i programmi di formazione promossi dalle Nazioni Unite, le attività di assistenza ai Paesi colpiti da calamità naturali e le iniziative di capacity building. Esperienze che dimostrano come persone appartenenti a culture differenti riescano a operare con efficacia quando condividono un comune senso del servizio pubblico.

In un contesto internazionale segnato da tensioni, conflitti e minacce transnazionali, questa dimensione assume un valore ancora maggiore.
Le organizzazioni criminali, le reti terroristiche, gli attacchi informatici e i traffici illeciti non conoscono confini.

Per contrastarli non bastano strumenti normativi sempre più sofisticati: occorrono relazioni professionali fondate sulla credibilità, sulla lealtà, sul rispetto reciproco e sulla consapevolezza che la sicurezza è ormai un bene comune.

La cooperazione internazionale, dunque, non è soltanto un fatto tecnico o istituzionale. È, prima di tutto, una questione di persone.
Sono le donne e gli uomini che quotidianamente operano nelle istituzioni a trasformare accordi, convenzioni e protocolli in risultati concreti.

La loro etica professionale costituisce un patrimonio immateriale che rafforza la sicurezza collettiva, alimenta la fiducia tra gli Stati e rende realmente efficaci gli strumenti della cooperazione internazionale.
Forse è proprio questa la lezione più importante che i grandi eventi ci consegnano: il futuro della cooperazione non dipenderà esclusivamente dalla costruzione di nuove architetture istituzionali o dall’evoluzione delle tecnologie, ma dalla capacità di coltivare quel capitale umano fatto di competenza, responsabilità, integrità e valori condivisi.

È su questo patrimonio, silenzioso ma essenziale, che si fonda la capacità delle democrazie di affrontare insieme le sfide globali del nostro tempo. Perché la fiducia non è un elemento accessorio della cooperazione internazionale: ne è la condizione indispensabile e il più autentico fattore di successo.