Sul Grande Raccordo Anulare di Roma, ho fatto rifornimento con il gasolio a 2,798 euro al litro, in pratica a 2,800, e ho visto una scena che mi ha fatto riflettere per tutto il viaggio.
Non è solo il numero che mi ha colpito. È la scena: due automobilisti che, dopo aver letto il prezzo sul display, ripartono ed escono dal distributore senza fare rifornimento, immagino nella speranza di trovare più avanti un prezzo diverso. Un prezzo che fino a due anni fa avremmo considerato impossibile e che oggi rischia di diventare normalità.
Pensando a quei due automobilisti ho visto molto del nostro futuro, e della ragione per cui l’energia non è mai solo una questione tecnica.
Come Fondazione Insigniti OMRI, che ha tra le proprie finalità statutarie anche il benessere delle persone e delle future generazioni, sentiamo il dovere di richiamare l’attenzione su scelte che non possono più essere rinviate.
Il nuovo decreto riapre il tema delle risorse nazionali. Una riflessione sull’esigenza di conciliare sicurezza energetica, tutela dell’ambiente, sviluppo e benessere delle future generazioni.
L’Italia torna a guardare sotto i propri piedi. Non per nostalgia del passato, ma perché la realtà, prima o poi, presenta sempre il conto.
Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 10 settembre riapre una questione che da tempo attraversa il dibattito pubblico: quale debba essere il ruolo delle risorse energetiche nazionali in una fase nella quale il nostro Paese è chiamato, contemporaneamente, a ridurre la propria dipendenza dall’estero, accelerare la transizione energetica e garantire la competitività del sistema produttivo.
È una questione troppo importante per essere affrontata attraverso contrapposizioni ideologiche.
Il provvedimento interviene sui procedimenti relativi alla ricerca e alla coltivazione degli idrocarburi e introduce strumenti destinati ad accelerare decisioni che, in presenza di inerzie amministrative, rischierebbero di rimanere indefinitamente sospese. Sarà ora il Parlamento, nel percorso di conversione, a valutarne contenuti e conseguenze.
Ed è proprio questo il momento nel quale sarebbe utile allargare lo sguardo oltre il singolo provvedimento.
L’energia non è soltanto una questione economica. È una questione di sicurezza, di autonomia strategica, di competitività industriale e, in ultima analisi, di interesse nazionale.
I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema.
Nel 1994 l’Italia produceva circa 21 miliardi di metri cubi di gas naturale. Nel 2025 la produzione è scesa a circa 3,2 miliardi. Nello stesso periodo, però, il Paese non ha smesso di consumare gas: ha dovuto compensare la progressiva riduzione della produzione nazionale attraverso le importazioni.
È un dato che dovrebbe indurci a una riflessione, senza bisogno di trasformarlo in un giudizio sommario sulle scelte compiute negli anni.
Un Paese moderno non può essere completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Può, tuttavia, cercare di ridurre le proprie vulnerabilità, diversificare le fonti e i fornitori e utilizzare, quando esistono le condizioni di sicurezza e sostenibilità, anche le risorse di cui dispone.
La crisi energetica degli ultimi anni ha mostrato quanto questo tema sia strettamente legato alla sicurezza nazionale.
Quando una parte significativa dell’energia necessaria al funzionamento di un Paese proviene dall’estero, ogni crisi internazionale, ogni conflitto e ogni tensione geopolitica possono avere conseguenze immediate sulle famiglie, sulle imprese e sulla finanza pubblica.
La sicurezza energetica, dunque, non è un concetto astratto. Entra nelle nostre case e nei nostri luoghi di lavoro.
Ed è proprio per questo che non dovrebbe essere contrapposta alla tutela dell’ambiente.
La transizione energetica è necessaria. Le fonti rinnovabili devono continuare a crescere, così come gli investimenti nell’efficienza energetica, nella ricerca e nelle nuove tecnologie.
Ma una transizione, per definizione, è un percorso. E durante quel percorso il Paese continuerà ad avere bisogno di energia affidabile e accessibile.
La vera sfida consiste allora nel tenere insieme ciò che troppo spesso viene presentato come inconciliabile: sicurezza energetica e sostenibilità ambientale; sviluppo economico e tutela del territorio; competitività industriale e benessere delle future generazioni.
Non è una sfida semplice. Ma è precisamente per affrontare problemi complessi che servono le istituzioni e la politica.
La tutela dell’ambiente, del resto, non può essere considerata un ostacolo allo sviluppo. È una responsabilità verso chi verrà dopo di noi.
Proprio per questo, però, deve essere accompagnata dalla responsabilità di valutare dati, costi, alternative e conseguenze delle decisioni.
Il punto non è stabilire chi abbia avuto ragione negli anni passati.
Il punto è comprendere che nessuna scelta energetica è priva di conseguenze.
Anche non produrre ha un costo. Significa aumentare, in determinate condizioni, la necessità di importare. Significa rinunciare potenzialmente a una parte di valore aggiunto, di competenze, di occupazione e di entrate per i territori. Significa, soprattutto, accettare una maggiore esposizione alle dinamiche dei mercati internazionali.
Ma anche produrre ha un costo e comporta responsabilità: ambientali, territoriali, industriali e sociali.
Per questo la discussione non può essere ridotta alla contrapposizione tra chi vuole “trivellare” e chi vuole “proteggere l’ambiente”.
La questione è un’altra: quali risorse è ragionevole utilizzare, con quali tecnologie, quali garanzie, quali controlli e quale beneficio per la collettività?
È qui che dovrebbe entrare in gioco il pragmatismo.
Un approccio pragmatico non significa rinunciare ai principi. Significa, al contrario, cercare il modo più responsabile per renderli concretamente compatibili.
Anche la dimensione territoriale merita attenzione.
La Val d’Agri, spesso erroneamente associata a Taranto, si trova in Basilicata, in provincia di Potenza. Ma la vicenda energetica non si esaurisce nel luogo nel quale una risorsa viene estratta.
La geografia dell’energia non coincide necessariamente con la geografia dei pozzi.
Le risorse, le infrastrutture, le industrie di trasformazione, la logistica, il lavoro e le competenze compongono una filiera che può attraversare territori diversi. È una considerazione particolarmente importante per un Paese come l’Italia, nel quale la storia industriale di alcuni territori è strettamente collegata alla sicurezza e alla politica energetica nazionale.
Questo vale anche per Taranto, la cui storia industriale ha da sempre avuto un rapporto diretto con il tema dell’energia e delle grandi filiere produttive.
Ma c’è un’altra ragione per cui il tema merita di essere affrontato con equilibrio.
Il costo dell’energia non è uguale per tutti.
Quando aumentano il prezzo del gas, dell’elettricità o dei carburanti, le conseguenze ricadono in modo diverso sulle famiglie, sui lavoratori e sulle imprese. Chi dispone di maggiori risorse può assorbire più facilmente un aumento dei costi; chi vive con margini più stretti ne avverte immediatamente il peso.
Per questo la politica energetica è anche politica sociale.
Una transizione giusta non può limitarsi a indicare l’obiettivo finale. Deve preoccuparsi del percorso e di coloro che rischiano di sostenerne maggiormente il costo.
È questa, forse, la lezione più importante che possiamo trarre dal dibattito di questi anni: le questioni strategiche non possono essere affrontate attraverso gli assoluti.
Non esiste una fonte energetica capace, da sola, di risolvere ogni problema. Non esiste una tecnologia priva di costi. Non esiste una transizione che possa essere realizzata senza una fase di accompagnamento.
Esiste, invece, la responsabilità di scegliere.
Scegliere significa valutare. Significa ascoltare le ragioni dei territori senza perdere di vista l’interesse nazionale. Significa proteggere l’ambiente senza compromettere la sicurezza energetica. Significa sostenere la crescita senza scaricare i costi sulle generazioni future.
E significa anche avere il coraggio di correggere le proprie decisioni quando la realtà dimostra che alcune condizioni sono cambiate.
L’Italia non deve tornare al passato.
Deve imparare dal passato.
Non deve sostituire un’ideologia con un’altra, né trasformare la questione energetica in una nuova contrapposizione politica.
Deve costruire, con gradualità e responsabilità, un sistema nel quale le rinnovabili continuino a crescere, la ricerca e l’innovazione siano sostenute, l’efficienza energetica migliori e le risorse nazionali disponibili possano essere valutate senza pregiudizi, nel rigoroso rispetto delle norme ambientali e della sicurezza dei territori.
Le scelte energetiche non appartengono a una parte politica.
Appartengono alla responsabilità di chi governa e, più in generale, alla responsabilità di una comunità nazionale chiamata a guardare oltre l’orizzonte immediato.
È questa la misura con cui dovremmo giudicarle: non sulla base delle appartenenze, ma sulla capacità di proteggere insieme l’ambiente, la sicurezza, il lavoro e il futuro delle generazioni che verranno.
Perché il vero pragmatismo non consiste nello scegliere tra ambiente e sviluppo.
Consiste nel non rassegnarsi a perdere nessuno dei due.
Francesco Tagliente, presidente della Fondazione Insigniti OMRI

2,798 euro al litro. Energia e futuro: il dovere delle scelte responsabili