Dopo la celebrazione di un evento, soprattutto quando si tratta di una ritualità civile della Repubblica – come la Festa del Tricolore – è naturale domandarsi se l’impegno profuso per organizzarlo abbia prodotto una reale ricaduta sul piano della sensibilizzazione e della promozione dei valori costituzionali e dei simboli della Repubblica.
Non è sempre facile disporre di riscontri attendibili. I complimenti, per educazione o cortesia, arrivano quasi sempre; più difficile è cogliere reazioni autentiche, spontanee, non filtrate. Eppure, proprio in occasione dell’evento organizzato a Taranto, mi è capitato di assistere a una scena che mi ha colpito profondamente e che, più di molte analisi, ha dato senso al lavoro svolto.
Ci trovavamo nel borgo antico di Taranto, un luogo che in passato evocava timore e diffidenza. Ricordo bene gli anni della mia giovinezza, quando entrare nella città vecchia non era scontato e i ragazzi venivano spesso strumentalizzati per attività illegali. Proprio per questo mi ha colpito ancora di più l’accoglienza trovata all’Hotel L’Arcangelo, in piazza Fontana, dove, insieme al tenore Francesco Grollo, abbiamo incontrato decoro, bellezza e una cura dell’ospitalità davvero sorprendente.
All’esterno dell’albergo, mentre attendevamo l’auto che avrebbe accompagnato Francesco Grollo all’aeroporto di Brindisi, tre ragazzini, alla sua vista, hanno improvvisamente iniziato a intonare l’Inno nazionale. Francesco, incuriosito e con la sua naturale semplicità, ha chiesto loro perché stessero cantando proprio in quel momento. La risposta ci ha sorpresi: uno di loro aveva assistito alla celebrazione del Tricolore, svoltasi nell’Aula Magna del Dipartimento Jonico dell’Università di Bari, situato proprio nella città antica, dove, poche ore prima, lo stesso tenore Grollo aveva intonato Il Canto degli Italiani, accompagnato dal quintetto d’archi formato da giovani studenti del Conservatorio “G. Paisiello” di Taranto. L’eco di quell’evento si era già diffusa tra i ragazzi del quartiere.
Con la sua consueta e sottile intuizione, Francesco ha allora iniziato a intonare l’Inno in modo semplice, quasi sottovoce, come potrebbe fare una persona qualunque, per osservare la reazione dei ragazzi. Ne è seguito un momento di partecipazione intensa e autentica, che ha reso evidente quanto un evento pensato per i giovani sia in grado di attivare un potente processo di emulazione positiva, capace di propagarsi ben oltre il luogo e il tempo della celebrazione.
Questo episodio dimostra che i giovani, quando vengono coinvolti con autenticità, non si limitano ad assistere: imitano, fanno proprio e rilanciano. L’emulazione virtuosa supera contesti, difficoltà e narrazioni consolidate, perché nasce da un riconoscimento profondo e spontaneo.
È in momenti come questi che i simboli della Repubblica cessano di essere confinati alle sole celebrazioni ufficiali e tornano a vivere nel tessuto reale della città, nel borgo antico, tra i giovani che li assumono con naturalezza e sincerità.

