Nel quadro delle iniziative promosse dalla Fondazione Insigniti OMRI per la Giornata internazionale della donna, proponiamo una riflessione di Costantino Del Riccio, presidente del Comitato consultivo della Fondazione per la comunicazione istituzionale, dedicata al ruolo decisivo delle donne nelle elezioni del 1946 e nel processo di nascita della democrazia repubblicana, nell’anno dell’80° anniversario della Repubblica.

Alla vigilia dell’8 marzo è utile ricordare che furono proprio le elezioni amministrative del marzo 1946 a segnare l’ingresso delle donne nella vita politica italiana.

Il 1° febbraio 1945 l’Italia compì un passo decisivo verso l’uguaglianza politica con l’introduzione del diritto di voto femminile, permettendo alle donne di età pari o superiore ai ventuno anni di votare.

È importante ricordare che l’effettivo esercizio di questo diritto iniziò non con il referendum del 2 giugno 1946, ma con le elezioni amministrative di marzo. In quella tornata alcune donne furono elette nei consigli comunali e sei di loro indossarono per la prima volta la fascia tricolore di sindaco.

Il 10 marzo 1946 rappresentò così il primo passo di un percorso che avrebbe segnato la storia della democrazia italiana. A esso seguirono tappe decisive: il referendum che sancì la nascita della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea costituente, con ventuno donne elette e coinvolte nella redazione della nuova Costituzione.

Da quel momento l’Italia non sarebbe più stata la stessa. Come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quel voto conferì alla Repubblica «un carattere democratico indelebile», avviando un percorso verso la piena parità.

La democrazia italiana nasce quindi anche nel segno delle donne. Tuttavia, il riconoscimento del diritto di voto fu il risultato di un lungo e complesso processo.

Sin dall’unificazione nazionale del 1861 le donne furono escluse dai diritti politici, nonostante il principio di uguaglianza di fronte alla legge fosse formalmente riconosciuto. La riforma elettorale del 1882 ampliò significativamente il corpo elettorale ma continuò a escludere le donne. Lo stesso avvenne con la legge elettorale del 1895.

Nei decenni successivi non mancarono iniziative a favore del suffragio femminile. Nel 1906 la pedagogista Maria Montessori pubblicò un articolo sulla rivista La Vita, sostenendo la necessità di iscrivere anche le donne nei registri elettorali.

Un momento di svolta si presentò nel 1912 quando, nel dibattito parlamentare sulla riforma del suffragio universale, venne presentato un emendamento favorevole al voto femminile che però raccolse soltanto quarantotto voti e fu respinto. Negli anni successivi l’affermazione del regime fascista rese impossibile ogni ulteriore sviluppo in questa direzione.

Fu solo nel contesto della Seconda guerra mondiale che le pressioni per il riconoscimento del suffragio femminile divennero irresistibili. Il 30 gennaio 1945, con l’Europa ancora in guerra, il Consiglio dei ministri approvò il suffragio femminile. Il decreto del 1° febbraio 1945 sancì il diritto di voto per le donne, mentre l’eleggibilità venne introdotta con il decreto legislativo luogotenenziale del 10 marzo 1946.

Le donne italiane poterono partecipare per la prima volta alle elezioni amministrative che si svolsero tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946 in oltre 5.700 comuni italiani.

La partecipazione femminile fu straordinaria, con un’affluenza superiore all’89%. Molte donne vennero elette nei consigli comunali e alcune divennero sindaco.

In vista del referendum del 2 giugno 1946, che avrebbe dovuto scegliere tra Monarchia e Repubblica ed eleggere l’Assemblea costituente, i partiti si rivolsero all’elettorato femminile con manifesti e articoli.

Le donne parteciparono in massa alla consultazione, con un tasso di partecipazione simile a quello maschile. Non si verificò il temuto astensionismo femminile e non si registrò un vero “voto di genere”.

Le candidature femminili rappresentavano soltanto il 4,9% del totale e portarono all’elezione di ventuno donne all’Assemblea costituente, pari al 3,6% dei membri. L’elezione delle donne segnò la conclusione della lunga storia del movimento suffragista italiano, sviluppatosi nell’Ottocento e consolidatosi dopo la Prima guerra mondiale.

Le Costituenti provenivano da esperienze politiche diverse e rappresentavano una pluralità di ceti sociali. Le schede anagrafiche compilate dopo la proclamazione mostrano questa eterogeneità: vi erano due operaie, un’artigiana, una chimica, una pubblicista, una sindacalista, dieci insegnanti, tre casalinghe, una funzionaria di partito e un’ispettrice del lavoro.

Con quella elezione entrò nella prima assemblea democratica della nuova Italia una rappresentanza di una società in trasformazione, determinata a ottenere il riconoscimento dei diritti e ad affermare competenze e responsabilità civili.

L’impegno delle Costituenti è documentato negli atti parlamentari: negli interventi, nelle discussioni, nelle relazioni presentate alla Commissione dei 75 e negli emendamenti proposti al progetto di Costituzione.

La varietà dei temi affrontati dimostra che il loro lavoro rappresentò non solo il punto di arrivo di una lunga battaglia per i diritti, ma anche il punto di partenza per la costruzione dell’Italia democratica.

Tra gli interventi più significativi vi furono quelli per la tutela della donna lavoratrice, con una proposta che contribuì alla formulazione dell’articolo 37 della Costituzione.

Ancora più significativo fu l’emendamento che portò alla formulazione dell’articolo 51: «Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza», eliminando l’inciso «conformemente alle loro attitudini», che avrebbe potuto limitare l’accesso delle donne alle cariche pubbliche.

Quelle donne, provenienti da tradizioni politiche e da diverse estrazioni sociali, seppero interpretare pienamente lo spirito della Costituente, collaborando tra loro e con i colleghi uomini per un obiettivo comune.

Ricordare quella conquista significa riconoscere che la democrazia italiana è nata anche dal coraggio e dalla partecipazione delle donne. È questo il significato più profondo che l’8 marzo continua a consegnare alla nostra memoria civile.
“La Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana – ha aggiunto il prefetto Francesco Tagliente, presidente della Fondazione Insigniti OMRI – nel promuovere iniziative culturali e momenti di riflessione sulla storia e sui valori della Repubblica, considera la memoria di queste conquiste civili parte essenziale del proprio impegno istituzionale.
Ricordare il contributo delle donne alla nascita della democrazia italiana significa infatti rafforzare la consapevolezza dei principi di uguaglianza, partecipazione e responsabilità civica sui quali si fonda la nostra Repubblica.”