Sessant’anni dopo l’alluvione. Pisa, la memoria di una tragedia e la responsabilità della prevenzione
Un contributo di Paolo Ghezzi
Premessa del Presidente della Fondazione Insigniti OMRI
Nel commemorare il sessantesimo anniversario della tragica alluvione del 4 novembre 1966, il nostro pensiero torna inevitabilmente alle immagini di devastazione che colpirono Firenze, ferendone profondamente il tessuto urbano e il suo inestimabile patrimonio storico e artistico. Torna anche alla straordinaria solidarietà internazionale che si manifestò in quei giorni, attraverso la mobilitazione dei giovani volontari passati alla storia come gli «angeli del fango».
La memoria di quella catastrofe, tuttavia, non può essere circoscritta alla sola città di Firenze. L’alluvione investì l’intero bacino dell’Arno e colpì duramente numerosi territori, tra i quali Pisa, che pagò un prezzo altissimo. Ai danni provocati direttamente dalla piena si aggiunsero, nelle settimane e nei mesi successivi, gravi conseguenze sul sistema infrastrutturale cittadino, culminate nel crollo del Ponte Solferino e nel cedimento di tratti dei Lungarni.
A sessant’anni di distanza, il ricordo di quegli eventi non può esaurirsi nell’omaggio alle vittime e nella doverosa partecipazione alla sofferenza delle comunità coinvolte. Deve tradursi anche in un richiamo forte e attuale alla responsabilità delle istituzioni. La sicurezza del territorio e la tutela della vita delle persone non si costruiscono nel momento in cui l’emergenza si manifesta: richiedono pianificazione, manutenzione, conoscenza scientifica dei fenomeni, capacità di previsione e un coordinamento efficace e costante tra tutte le componenti dello Stato e del sistema di protezione civile.
In questi sessant’anni il nostro Paese ha compiuto importanti passi avanti. Sono cresciute le conoscenze, si sono sviluppati gli strumenti di monitoraggio e previsione, si sono consolidate le strutture di protezione civile e sono migliorate le capacità di coordinamento e di intervento. Ma il progresso raggiunto non deve indurre a sottovalutare i rischi ancora presenti, né a considerare concluso il percorso verso una più efficace cultura della prevenzione.
In questa prospettiva assume un particolare rilievo il contributo che l’ingegnere Paolo Ghezzi, consigliere di amministrazione della Fondazione Insigniti OMRI , ha voluto offrire con il saggio «Pisa 1966–2026: memoria e prevenzione». Il suo lavoro coniuga il rigore dell’analisi idraulica e ingegneristica con l’esperienza e la sensibilità di chi ha vissuto direttamente le responsabilità dell’amministrazione pubblica. Ne scaturisce una riflessione approfondita sull’evoluzione compiuta dal nostro Paese: dalla gestione di una catastrofe affrontata con strumenti ancora inadeguati alla costruzione di un sistema fondato sulla previsione, sulla pianificazione e sulla consapevole gestione del rischio.
Il valore di questo contributo risiede anche nella capacità di collegare la ricostruzione storica dell’alluvione del 1966 alle esperienze più recenti, in particolare alle piene del 2014, che hanno messo alla prova la città di Pisa e le sue istituzioni.
È un tema che sento particolarmente vicino anche per la mia esperienza personale. Nel corso dei due anni del mio servizio come Prefetto di Pisa ho avuto modo di condividere direttamente con Paolo Ghezzi, allora vicesindaco, responsabilità e decisioni nella gestione delle emergenze legate alle due importanti piene dell’Arno del gennaio e del febbraio 2014.
Furono giornate particolarmente impegnative, che richiesero un costante confronto istituzionale, anche nelle ore notturne, e decisioni da assumere in tempi ristretti sulla base dell’evoluzione dei dati idrometrici e degli scenari previsionali. Ricordo in particolare il lavoro del Centro di coordinamento dei soccorsi presso la Prefettura, il raccordo con l’Amministrazione comunale e la Provincia, il coinvolgimento delle Forze dell’ordine, dei Vigili del Fuoco, dell’Esercito, delle strutture tecniche e del volontariato di protezione civile.
Quelle emergenze furono anche una dimostrazione concreta del valore della collaborazione tra istituzioni e della fiducia reciproca tra chi, a diverso titolo, era chiamato ad assumere decisioni importanti per la sicurezza della popolazione. La capacità di valutare l’evoluzione dei fenomeni, aggiornare gli scenari e calibrare le misure di intervento sulle condizioni effettive del rischio si rivelò determinante.
Quell’esperienza ha confermato quanto la sicurezza di una comunità dipenda non soltanto dalla qualità dei piani e degli strumenti tecnici, ma anche dalla capacità delle persone e delle istituzioni di operare insieme, con competenza, senso del dovere e spirito di servizio.
Sono queste le ragioni per cui il saggio di Paolo Ghezzi rappresenta un contributo di grande valore per la Fondazione Insigniti OMRI e per tutti coloro che hanno a cuore il territorio e la sua sicurezza. La memoria del 1966 deve continuare a parlarci non soltanto della fragilità dei nostri territori, ma anche del dovere di proteggerli.
Ricordare, conoscere e prevenire: è questo il modo più concreto per onorare le vittime di quella tragedia e trasmettere alle generazioni future una cultura della responsabilità e della cura del bene comune.
Di seguito il contributo di Paolo Ghezzi
4 novembre 1966 – 4 novembre 2026
Sessant’anni dall’alluvione dell’Arno:
La memoria di Pisa e il valore della prevenzione
Paolo Ghezzi
Il 4 novembre 1966 è una data che appartiene alla memoria collettiva del nostro Paese. È ricordata soprattutto come il giorno dell’alluvione di Firenze, della devastazione del suo patrimonio storico e artistico, delle immagini che fecero il giro del mondo e della straordinaria mobilitazione degli “angeli del fango”.
Ma quella del 1966 non fu soltanto l’alluvione di Firenze che pure pagò un tributo altissimo. Fu una catastrofe che investì gran parte del bacino dell’Arno e colpì duramente anche la città di Pisa, troppo spesso rimasta sullo sfondo della narrazione storica di quell’evento. Una città che pagò un tributo enorme, non soltanto per i danni immediati provocati dalla piena, ma anche per le conseguenze manifestatesi nelle settimane e nei mesi successivi.
A Pisa, il 4 novembre, l’Arno raggiunse livelli tali da superare le difese predisposte lungo le spallette dei Lungarni. L’acqua invase parti del centro, trascinando fango e detriti e mettendo a dura prova un sistema di protezione idraulica insufficiente rispetto alla violenza dell’evento. Ma fu soprattutto ciò che accadde dopo a segnare profondamente la città. Il 13 novembre, nove giorni dopo la piena, crollò il Ponte Solferino, interrompendo uno dei collegamenti fondamentali tra le due sponde dell’Arno.
Nei primi mesi del 1967 cedette anche un tratto del Lungarno Pacinotti, compromesso dagli effetti dell’alluvione. La devastazione dei Lungarni, il crollo del ponte e il ricorso a collegamenti provvisori e passerelle imposero alla città un lungo periodo di emergenza e difficoltà nella mobilità quotidiana. Il nuovo Ponte Solferino sarebbe stato inaugurato soltanto nel 1974, quasi otto anni dopo l’alluvione.
Certo è che l’alluvione del 1966 fu senz’altro un evento estremo da un punto di vista idrologico e idraulico e le conseguenze furono devastanti anche per l’assenza di una vera e propria cultura della prevenzione e della valutazione del rischio.
Molto si è detto negli ultimi decenni sulla natura straordinaria dell’evento e sugli effetti che, qualora si dovesse ripetere, potrebbe avere con l’assetto attuale delle conoscenze, delle capacità predittive e di intervento. Secondo lo studio di Capecchi e Buizza “Reforecasting the Flooding of Florence of 4 November 1966 With Global and Regional Ensembles” (2019), l’alluvione dell’Arno del 4 novembre 1966, analizzata attraverso gli attuali modelli meteorologici, avrebbe potuto essere prevista con un anticipo di circa tre giorni. L’impiego di modelli probabilistici ad alta risoluzione avrebbe consentito di individuare con maggiore precisione la distribuzione delle precipitazioni e i relativi massimi, pur persistendo una significativa sottostima dei quantitativi effettivamente caduti. La capacità predittiva deve, poi, trovare un’adeguata capacità di gestione territoriale in ottica di prevenzione e di gestione dell’emergenza.
L’Arno ha, infatti, un bacino imbrifero di oltre 8.200 km². Il quarto per estensione a livello nazionale preceduto solo dai bacini dei Fiumi Adige, Tevere e Po. Il sistema riceve contributi da sottobacini caratterizzati da differenti tempi di corrivazione e quindi di risposta: in particolare il Casentino, la Sieve e, più a valle, gli affluenti Elsa ed Era.
Nel 1966 le condizioni antecedenti l’evento alluvionale erano già critiche: Ottobre fu un mese estremamente piovoso e il bacino era, quindi, diffusamente saturo. Le precipitazioni antecedenti, e quindi il livello di saturazione dei suoli, incidono sulla capacità d’infiltrazione aumentando significativamente la trasformazione degli afflussi meteorici in un ruscellamento rapido.
La piena del 3-4 novembre non fu quindi il semplice risultato di un rovescio isolato, ma di precipitazioni estese, intense e temporalmente sovrapposte agli apporti dei diversi affluenti. Secondo quanto ricostruito nel documento The Arno River, Florence and Flood History, nel solo mese di ottobre le precipitazioni medie sull’intera Toscana furono di 200 mm di pioggia, poco meno del doppio della serie media dell’intera serie storica. Di seguito alcuni dati che possono dare una chiara fotografia dell’entità dell’evento di quei giorni di Novembre.
Indicatore
Valore
Ambito / nota
Precipitazione media areale
210 mm
Bacino dell’Arno, 27-28 ore; Commissione De Marchi
Durata dell’evento più intenso
circa 26-28 ore
Dal 3 al 4 novembre; progressiva estensione sul bacino
Intensità media equivalente
circa 7.5 mm/h
210 mm/28 h; media areale, non picco orario
Massimo locale in 24 ore
338,7 mm
Badia Agnano, valore storico riportato dalla Commissione
Massimo locale in due giorni
437,2 mm
Badia Agnano; non media del bacino
Superficie del massimo locale
circa 150 km²
Area con precipitazioni eccezionalmente elevate
La coincidenza di precipitazioni diffuse e copiose, elevata umidità antecedente e apporti degli affluenti produsse idrogrammi eccezionali. Le portate storiche sotto riportate sono in parte stime ricostruttive in quanto, come riferisce la Commissione De Marchi, alcuni strumenti furono asportati dalla piena.
Sezione / corso d’acqua
Bacino sotteso
Portata di colmo 1966
Arno a Stia
62 km²
310 m³/s
Arno a Subbiano
738 km²
2.250 m³/s
Sieve a Fornacina
831 km²
1.340 m³/s
Arno a S. Giovanni Valdarno
2.781 km²
2.600 m³/s
Arno a Nave di Rosano
4.083 km²
3.500-3.800 m³/s
Arno a Firenze
–
circa 1.200 m³/s (ricostruzione)
Elsa a Granarolo
826 km²
614 m³/s
Era a Capannoli
337 km²
380 m³/s
Arno a S. Giovanni alla Vena
8.186 km²
2.290 m³/s, già attenuati dalle esondazioni a monte
Di seguito si riporta la ricostruzione dei diagrammi di piena in linea con quanto sopra. È evidente l’effetto di laminazione che l’estesa esondazione nell’area fiorentina ha prodotto verso valle.
La riduzione della portata tra Firenze e San Giovanni alla Vena non va, però, interpretata come una semplice dissipazione del picco nel corso d’acqua. Lungo il Valdarno inferiore si verificarono rotture arginali e vasti allagamenti; una quota molto elevata del volume di piena uscì dall’alveo, determinando un effetto di laminazione forzata ma con gravissimi danni territoriali. I 2.290 m³/s ricostruiti a San Giovanni alla Vena sono comunque stati in grado di devastare il territorio pisano e ancora oggi sarebbero da gestire con grande attenzione.
Dinamica idraulica nel tratto terminale e a Pisa
Il tratto urbano pisano presenta una sezione più vincolata rispetto ad alcune tratte a monte. Il Piano comunale del 2024 stima una capacità di transito dell’Arno in città non superiore a circa 1.700 m³/s, a fronte di circa 2.200 m³/s a San Giovanni alla Vena. Probabilmente il sistema idraulico dell’Arno nella città di Pisa è in grado di offrire una reazione positiva anche a portate leggermente superiori ma è oggi da leggere in un’ottica integrata con le infrastrutture di monte a partire dallo Scolmatore realizzato proprio per proteggere l’abitato della città.
Nel 1966, infatti, lo Scolmatore dell’Arno, la cui realizzazione era iniziata nel 1960, non era ancora ultimato. Il completamento è, infatti, datato 1976. Questa circostanza limitò gli strumenti strutturali di attenuazione delle piene disponibili a protezione della città. La criticità non fu esclusivamente legata al superamento delle spallette: le sollecitazioni idrodinamiche e l’erosione agirono anche sulle fondazioni e sulle opere di sostegno, con conseguenze differite nel tempo, tra cui il già richiamato crollo del Ponte Solferino del 13 novembre e del Lungarno Pacinotti nel febbraio 1967.
Dal 1966 a oggi: dalla catastrofe subita alla prevenzione del rischio
Nel 1966 non esisteva ancora un sistema di Protezione Civile organizzato secondo i principi, le procedure e le capacità previsionali che conosciamo oggi. Mancavano una rete di monitoraggio sufficientemente sviluppata, modelli previsionali e soprattutto un’organizzazione capace di tradurre tempestivamente le informazioni disponibili in scenari di rischio e decisioni coordinate.
L’emergenza veniva prevalentemente affrontata quando i suoi effetti erano già manifesti. Firenze non si accorse di nulla se non quando l’acqua era ormai alle porte e altrettanto accadde nelle altre città coinvolte. Le informazioni erano frammentarie e spesso confuse. La capacità di intervento dipendeva dall’impegno delle istituzioni, delle strutture di soccorso e dei cittadini, ma senza il supporto di una pianificazione preventiva paragonabile a quella attuale.
Sessant’anni dopo, il quadro è profondamente cambiato.
Abbiamo imparato, anche se non sempre ne abbiamo fatto tesoro, a distinguere la pericolosità di un territorio dal rischio cui sono esposte le comunità che lo abitano. Sappiamo che il rischio dipende non soltanto dalla probabilità e dall’intensità di un evento, ma anche dall’esposizione di persone, edifici e infrastrutture e dalla loro vulnerabilità. Non è sufficiente disporre di grandi quantità di dati, modelli matematici e strumenti tecnologici. Occorre interpretarli, trasformarli in scenari attendibili e soprattutto avere la capacità e il coraggio di assumere decisioni tempestive e proporzionate.
È qui che entra in gioco quello che mi piace definire il Sistema di Protezione Civile: non una semplice organizzazione codificata dalle norme, ma un insieme di competenze, istituzioni, professionalità e volontari che lavorano costantemente insieme, condividendo procedure, esperienze e responsabilità. Un sistema preparato prima dell’emergenza e capace di adattarsi quando si manifesta.
Le due piene del 2014: un esempio concreto
Un’esperienza particolarmente significativa, e che merita ancora di essere ricordata perché esempio concreto di necessità decisionali proporzionate e basate sulla lettura dei dati, è quella vissuta a Pisa tra gennaio e febbraio del 2014, quando, a distanza di pochi giorni, la città dovette affrontare due importanti piene dell’Arno. Due eventi idraulicamente simili, con livelli registrati alla stazione di Pisa Sostegno prossimi ai cinque metri sul livello del mare, ma gestiti con decisioni profondamente diverse.
Nella tabella che segue si mettono a confronto i livelli idrici relativi alla piena del 1966, in cui non vennero attuate manovre preventive, e quelle del 2014 (31 gennaio e 12 febbraio).
Stazione
Novembre 1966
31 gennaio 2014
12 febbraio 2014
Pisa Sostegno
6,30 m s.z.i.
4,91 m s.z.i.
4,98 m s.z.i.
S. Giovanni alla Vena
8,94 m s.z.i.
6,75 m s.z.i.
6,72 m s.z.i.
Le differenze tra 1966 e 2014 a Pisa Sostegno sono circa 1,39 m e 1,32 m. La piena alla stazione di misura di S. Giovanni alla Vena nel 2014 fu di 1806 m³/s contro un picco nel 1966 di 2290 m³/s. Ovviamente l’effetto dello scolmatore, a monte della stazione di misura nel 2014 si è fatto sentire con ricadute positive.
Il 31 gennaio 2014, la piena si presentò in condizioni di forte incertezza. Il bollettino del giorno precedente non lasciava prevedere un evento di tale intensità. Nella notte, grazie anche all’iniziativa della Protezione Civile comunale, venne attivato il sistema di risposta all’emergenza. Le previsioni indicavano portate comprese tra 2.500 e 3.200 metri cubi al secondo, potenzialmente incompatibili con la capacità di deflusso dell’Arno nel tratto urbano. Il tempo disponibile per adottare le contromisure non superava le dieci ore.
In quelle condizioni fu necessario ricorrere alle misure più restrittive del Piano di Protezione Civile: attivazione dello Scolmatore, montaggio delle opere di difesa dei Lungarni (i panconcelli) e sostanziale chiusura della città, con importanti conseguenze per scuole, università, attività economiche e mobilità.
Il 12 febbraio 2014, invece, il Centro Funzionale regionale aveva diramato con largo anticipo un’allerta elevata, consentendo di seguire l’evoluzione della piena lungo l’asta fluviale. I livelli nelle stazioni di monte risultavano in diversi casi superiori a quelli della piena precedente, ma l’analisi dei contributi degli affluenti, gli aggiornamenti previsionali e il confronto con quanto accaduto pochi giorni prima permisero di ricostruire uno scenario più attendibile.
Verso le 6.30 del mattino, quando le valutazioni confermarono condizioni sostanzialmente analoghe a quelle del 31 gennaio, fu possibile assumere una decisione diversa da quella assunta pochi giorni prima: mantenere Pisa aperta e operativa, rafforzando il monitoraggio e adottando le necessarie cautele durante il passaggio del colmo di piena.
Eventi comparabili, per intensità e magnitudo, comportarono quindi risposte diverse, calibrate sulle informazioni e sugli scenari disponibili.
Anche nel 2019, l’ultima piena degna di ricordo, la gestione dell’emergenza fu in linea con le pianificazioni ormai consolidate. Durante quell’evento, dopo l’apertura dello Scolmatore intorno alle ore 15, fu osservato che il livello dell’Arno a San Giovanni alla Vena smise di crescere, pur avendo raggiunto circa 6,7 metri, con una portata stimata di poco superiore a 1.900 m³/s.
Il valore di un sistema preparato e la responsabilità delle decisioni
L’esperienza del 2014 dimostrò che, accanto ai piani e alle procedure, serve un sistema realmente preparato a utilizzarli. Le decisioni furono condivise nell’ambito del Centro Coordinamento Soccorsi, convocato in Prefettura anche durante la notte, con il coinvolgimento delle diverse strutture istituzionali.
Al Centro Funzionale regionale spettarono l’interpretazione dei dati e l’aggiornamento degli scenari previsionali; alla Provincia la gestione degli interventi di regolazione idraulica e delle opere di difesa; al Prefetto il coordinamento unitario dei soccorsi e delle strutture operative, compreso l’intervento dell’Esercito.
All’Amministrazione comunale spettarono le decisioni che incidevano direttamente sulla vita della città: chiusura di scuole e attività, regolazione degli accessi, tutela dei servizi essenziali ed eventuale evacuazione delle persone più esposte. Decisioni da assumere in tempi ristretti, con informazioni inevitabilmente incerte e piena consapevolezza delle responsabilità conseguenti.
Ricordo soprattutto il clima di collaborazione di quelle giornate. Non ci furono protagonismi. Volontari, operatori di Protezione Civile, Vigili del Fuoco, forze dell’ordine, Esercito, Polizia Municipale e strutture tecniche operarono come componenti di un unico sistema. Fu questa la forza della risposta che riuscimmo a mettere in campo.
La lezione che resta, sessant’anni dopo
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che una Protezione Civile efficiente sia, da sola, sufficiente a garantire la sicurezza di un territorio. Anzi sarebbe pericoloso e fuorviante. È il rischio che va ridotto alla fonte con investimenti infrastrutturali e un approccio responsabile e costante delle Istituzioni preposte.
La gestione dell’emergenza può limitarne le conseguenze, ma non può modificare la portata di una piena, eliminare le insufficienze del sistema idraulico o compensare integralmente gli effetti di decenni di trasformazioni territoriali che hanno aumentato l’esposizione al rischio.
Anche nel 2014 e nel 2019, nonostante la qualità del coordinamento e delle decisioni assunte, sarebbe bastato il cedimento di un argine o il superamento delle opere di difesa per determinare uno scenario ben diverso. La prevenzione deve perciò poggiare sulla pianificazione territoriale, sulla manutenzione e sull’adeguamento delle infrastrutture idrauliche, sulla riduzione delle vulnerabilità e sul governo delle trasformazioni del territorio.
A Pisa, il crollo del Ponte Solferino e i cedimenti dei Lungarni mostrarono quanto gli effetti di una piena possano manifestarsi anche molto tempo dopo il passaggio dell’acqua, condizionando per anni la vita di una comunità. Le esperienze del 2014 hanno invece dimostrato quanto possano incidere la conoscenza del rischio, la previsione degli scenari, la pianificazione e la capacità di assumere decisioni responsabili.
Fra queste due esperienze si misura una parte importante del progresso compiuto in sessant’anni. Ma il percorso non è concluso, anzi: un Sistema di Protezione Civile deve essere allenato, aggiornato e mantenuto efficiente anche attraverso i cambiamenti delle amministrazioni e delle persone che lo guidano, e deve poggiare su una politica continuativa di prevenzione strutturale.
La vera eredità dell’alluvione del 1966 non può essere soltanto la memoria dei danni, delle sofferenze e della solidarietà che ne seguì. Deve essere soprattutto la consapevolezza che la sicurezza di una comunità si costruisce prima dell’emergenza, non durante l’emergenza. È questo il modo più concreto di onorare la memoria di quella tragedia e di ricordare il tributo che anche la città di Pisa ha dovuto pagare nei tragici eventi del 4 novembre 1966.
Fonti e attribuzioni
• The Arno River, Florence and Flood History
• Capecchi e Buizza “Reforecasting the Flooding of Florence of 4 November 1966 With Global and Regional Ensembles” (2019)
• Acquario della Memoria / Palazzo Blu, “4 novembre 1966 – L’alluvione a Pisa”, mostra con fotografie dell’Archivio Luciano Frassi
• Università di Pisa, Sistema Bibliotecario di Ateneo, “1967 Cedimento del Lungarno Pacinotti”: https://www.sba.unipi.it/it/risorse/archivio-fotografico/eventi-in-archivio/1967-cedimento-del-lungarno-pacinotti
• Il Popolo Pisano, “4 novembre 1966” (immagini attribuite alla collezione Franco Colella e a Luciano Frassi): https://ilpopolopisano.it/45705-4-novembre-1966
