I contributi della Fondazione Insigniti OMRI

Secondo contributo: quando la violenza entra nella scuola
di Vito Tenore

Il percorso avviato dalla Fondazione Insigniti OMRI nasce da una domanda semplice e, proprio per questo, difficile: che cosa possiamo fare per riconoscere i segnali della violenza prima che diventino un fatto di cronaca?
Vito Tenore, Cavaliere di Gran Croce, magistrato della Corte dei conti e membro della Fondazione Insigniti OMRI, affronta il tema dal punto di vista giuridico e istituzionale, soffermandosi sulle responsabilità della famiglia, della scuola e delle istituzioni e sui possibili rimedi.
Il suo contributo richiama inoltre la necessità di tutelare l’autorevolezza degli insegnanti e di non lasciare sola la scuola quando la violenza colpisce la sua funzione educativa.
Di seguito pubblichiamo il suo intervento.

CONTRIBUTO DI VITO TENORE

Violenza contro gli insegnanti: sintomo, diritto, rimedi
Venerdì 18 settembre 2026, in una scuola media di Centocelle, a Roma, un alunno di tredici anni ha indossato un casco con una telecamera collegata a Telegram, ha spruzzato spray urticante sul volto della sua insegnante di lettere e l’ha colpita con tre fendenti al costato. Ai carabinieri ha detto: «La odiavo, avevo due debiti». I coltelli erano stati comprati in rete con la carta di credito della madre. Il ragazzo non è imputabile. Nel solo 2026 lo precedono Trescore Balneario, San Vito Lo Capo e Parma. Sarebbe consolante trattare simili vicende come «raptus» individuali; la loro ricorrenza impone invece di leggerle come sintomo. Ogni società produce la violenza che le assomiglia, e la violenza contro chi insegna dice come una comunità concepisce il sapere, l’autorità e la responsabilità degli adulti.
Le ragioni sono almeno quattro. La prima è la famiglia, non assente ma ansiosamente onnipresente e disertrice della funzione che la scuola si aspetta da lei: sostenere la regola, insegnare a tollerare la frustrazione. Il genitore non chiede più al figlio conto di ciò che ha fatto a scuola, ma chiede alla scuola conto di ciò che ha fatto al figlio; Recalcati parla di genitori «sindacalisti» dei figli, alleati contro l’insegnante. Non a caso nelle statistiche ministeriali gli aggressori adulti superano gli studenti. La seconda è lo schermo: l’aggressione viene ripresa e trasmessa, da Lucca a Rovigo fino alle dirette Telegram del 2026; il pubblico di rete è il vero destinatario dell’atto, l’insegnante ne è l’occasione. La terza è il tramonto dell’autorità: la scuola ridotta a servizio verso un’utenza titolare di pretese, retribuzioni risibili, carriera piatta, e il voto come atto d’ufficio più personale e più esposto dell’intera amministrazione. La quarta, la scuola multietnica, va maneggiata con onestà: pone difficoltà reali di mediazione, ma i dati non la dimostrano causa delle aggressioni, i cui protagonisti sono in larga parte famiglie italiane; a Centocelle il compagno che ha fermato il tredicenne è di origine congolese.
I numeri sono recenti e parziali: il monitoraggio ministeriale conta trentasei episodi nel 2022-2023, sessantotto nel 2023-2024, cinquantuno nel 2024-2025 e un calo dell’ottantuno per cento nell’autunno 2025, ma registra solo i fatti denunciati. I due docenti percossi con cinghie a Parma nel maggio 2026 non compaiono, perché non hanno sporto querela. La frequenza può ridursi mentre la gravità cresce.
Il diritto è arrivato tardi e ha scelto la via più facile. L’insegnante è pubblico ufficiale anche ai colloqui con i genitori (Cass. pen. n. 15367/2014): l’insulto in aula è oltraggio, la violenza per un voto è il delitto dell’art. 336 c.p. La legge n. 25 del 2024 ha aggiunto aggravanti, un Osservatorio e una Giornata nazionale, che la dottrina più autorevole ha definito «aspirina delle aggravanti», diritto penale simbolico; ha lasciato però intatta la falla che conta: le lesioni lievi restano procedibili a querela, sicché lo schiaffo o il pugno senza armi dipendono dal coraggio della vittima, mentre i casi con coltello arrivano sempre a giudizio. La legge n. 150 del 2024 ha restituito peso alla condotta, fino alla non ammissione, ma sanziona lo studente e non tocca il genitore. Sul piano civile la Cassazione fa dei genitori responsabili quasi automatici ex art. 2048 c.c.; nel processo minorile, però, la parte civile non è ammessa, e i casi di Abbiategrasso e Varese, entrambi tentati omicidi, si sono chiusi con due anni di messa alla prova senza risarcimento né mediazione. La vittima ha appreso l’esito dai giornali: il sistema minorile, giustamente rieducativo, dimentica chi ha subìto il fatto.
Le soluzioni devono capovolgere le priorità.
Sul piano normativo: procedibilità d’ufficio delle lesioni al personale scolastico, come già per i sanitari; diritto, e non mera possibilità, al patrocinio dell’Avvocatura dello Stato; copertura INAIL estesa a tutte le attività di servizio; costituzione di parte civile obbligatoria dell’amministrazione; un fondo alimentato dai risarcimenti per danno all’immagine; obblighi positivi per i genitori, dai percorsi di sostegno alla genitorialità alla partecipazione della vittima alla giustizia riparativa. Nessuno spazio, invece, per abbassare l’imputabilità: la risposta ai tredicenni armati è la presa in carico tempestiva.
Sul piano educativo, un patto di corresponsabilità non più formale, l’educazione al rispetto e alla gestione del conflitto, la disintossicazione digitale che il divieto del cellulare in classe ha appena avviato; sul piano formativo, docenti e dirigenti preparati alla de-escalation e alle procedure.
Sul piano politico, che è quello decisivo, il rango della professione: non si restituisce autorevolezza per legge mentre la si sottrae con stipendi sotto la media e reclutamento precario; la coerenza del discorso pubblico, che non può invocare rispetto per i docenti e insieme dipingere l’insegnante come impiegato improduttivo; la presenza dello Stato accanto alla vittima, trasformata da cortesia in obbligo.
Prima la protezione della vittima, poi la punizione dell’aggressore; prima la responsabilizzazione delle famiglie, poi la sanzione dei figli; prima il rango sociale di chi insegna, poi il codice penale. Il tredicenne di Centocelle non è un problema di pene: è il prodotto di una filiera educativa interrotta in ogni suo anello, e la domanda che deve inquietare non è quanti anni gli spettino, ma chi, tra gli adulti che lo circondavano, avrebbe potuto vedere e non ha visto.
Restituire sicurezza agli insegnanti significa restituire alla scuola la sua natura di Istituzione: un luogo dove la regola è riconosciuta prima di essere imposta, e dove chi la rappresenta non deve difendere, da solo, la dignità della propria funzione.
Un percorso che continua
Il contributo di Vito Tenore fa seguito alla riflessione di Silvia Calzolari e aggiunge al percorso della Fondazione un diverso punto di osservazione, quello giuridico e istituzionale.
È attraverso il confronto tra competenze e sensibilità diverse che intendiamo proseguire questo progetto. Nei prossimi contributi torneremo quindi a interrogarci sul ruolo della famiglia, della scuola e degli adulti, sulle trasformazioni dell’adolescenza, sull’ambiente digitale, sui segnali del disagio e sugli strumenti di prevenzione e di intervento.
Non cerchiamo una spiegazione unica di fenomeni complessi. Cerchiamo, attraverso voci diverse, di comprendere meglio ciò che accade e soprattutto di riconoscere prima quei segnali che possono consentire di intervenire quando ancora è possibile farlo.
È questo il senso di SEGNALI: mettere le competenze della Fondazione al servizio della comunità e, in particolare, delle nuove generazioni.
Per chi volesse approfondire il tema, segnaliamo anche la riflessione di Vito Tenore, pubblicata da La Tecnica della Scuola: “Violenza contro gli insegnanti: sintomo, diritto, rimedi”.
https://www.tecnicadellascuola.it/violenza-contro-gli-insegnanti-sintomo-diritto-rimedi

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