Condivido volentieri questo articolo ricevuto da Enrico Passaro, componente del Comitato consultivo della Fondazione Insigniti OMRI per i Cerimoniali e le attività istituzionali.
Domenica 2 giugno 1946 è una data che non si può dimenticare. Poco meno di un mese prima, il 9 maggio, il “luogotenente generale del Regno” Umberto di Savoia era diventato Re d’Italia a seguito dell’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III. Umberto era “luogotenente” dal 5 giugno 1944, data in cui, nell’incantevole Ravello, il re Vittorio Emanuele III lo aveva nominato tale, col compito di curare gli affari di Stato per suo conto. Tornando al 1946, giusto il tempo di promulgare lo Statuto della Sicilia come regione autonoma e di indire le votazioni referendarie per il 2 giugno e il regno del giovane Umberto si concluse. Dopo la proclamazione del 10 giugno ad opera della Cassazione dei risultati provvisori, che sancivano la vittoria della Repubblica, e la decisione del 13 giugno da parte del Consiglio dei Ministri di nominare Alcide De Gasperi Capo provvisorio dello Stato, Umberto II si decise all’esilio in Portogallo.
Ma ripartiamo dal 2 giugno. Il dato ufficiale dell’esito del voto parla di 12.718.641 italiani che espressero la loro preferenza per la Repubblica, contro 10.718.502 voti per la Monarchia. Due milioni di schede fecero la differenza e da quel momento iniziò la trasformazione dell’Italia. Nella stessa data avvennero altri due fatti di portata storica. Furono eletti i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbero dovuto redigere la nuova Costituzione, e per la prima volta in una consultazione a suffragio universale su tutto il territorio nazionale, votarono anche le donne. Il tutto basato su un altro dato particolarmente significativo per la neonata democrazia: votarono quasi 25 milioni di italiani, circa l’89% degli aventi diritto.
Che enorme ventata di novità attraversò il Paese in quelle giornate di giugno! Il 23 del mese l’Assemblea si insediò ufficialmente, eleggendo Giuseppe Saragat come Presidente (negli ultimi mesi dei lavori a Saragat seguì alla presidenza dell’Assemblea Umberto Terracini). Il giorno 28 fu eletto al primo scrutinio come Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Un primo aspetto formale e protocollare emerge in questo passaggio: De Nicola fu Capo provvisorio dal 1° luglio 1946 al 31 dicembre 1947; dal 1° gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione, assunse il titolo di “Presidente della Repubblica” e conservò la carica fino al 13 maggio, dopo di che il Parlamento in seduta comune (e non più l’Assemblea Costituente che aveva cessato il suo mandato) elesse Luigi Einaudi al Quirinale. Prima della promulgazione della Costituzione, avvenuta il 27 dicembre 1947 non esisteva nel nostro ordinamento la figura del Presidente della Repubblica, per cui De Nicola al momento del suo insediamento fu denominato semplicemente Capo dello Stato. Acquisì giustamente la “qualifica” prevista dal Titolo II della Carta costituzionale dopo la sua entrata in vigore.
Col voto referendario e con la Costituzione del 1948 si modificò la rappresentazione del “simbolo persona”. I cerimonieri del Quirinale, con l’arrivo del nuovo inquilino, dovettero rinnovare di sana pianta le forme protocollari.
Alla figura del Re, Capo Supremo dello Stato “per la grazia di Dio” e per diritto ereditario secondo la legge salica, figura “sacra ed inviolabile”, che esercitava il potere legislativo insieme alle Camere ed era titolare del potere esecutivo, si sostituì la presenza di un cittadino di almeno 50 anni di età, eletto ogni sette anni in seduta comune dalle Camere e dai delegati delle Regioni, con compiti di garanzia e di rappresentante dell’unità nazionale. Con l’assetto democratico, repubblicano e parlamentare cambiavano radicalmente le modalità della sua presenza simbolica nelle cerimonie pubbliche. Non c’erano precedenti nella storia del Paese e pochi erano anche i riferimenti internazionali, in un’Europa in cui la rappresentanza dei Capi di Stato era riferita ancora a una corposa presenza delle antiche monarchie o a un’opera di ricostruzione diffusa anche a livello istituzionale dopo le rovine della guerra o al consolidarsi dell’esperienza comunista nei Paesi dell’Est.
Nuove modalità di rappresentanza pubblica e di comunicazione si palesavano per il Simbolo Persona della Repubblica Italiana. La figura del Presidente si è collocata in origine un po’ in sordina nell’assetto istituzionale del Paese, ma pian piano nel tempo e a seguito delle crescenti difficoltà e complicazioni negli equilibri politici e nel perseguire l’orientamento costituzionale, il peso e la personalità dell’uomo del Quirinale si sono palesati di importanza fondamentale, fino a renderlo punto di riferimento insostituibile. Conseguentemente è cresciuta l’attenzione nella cura della forma della sua presenza nelle cerimonie pubbliche, nel misurare la concretezza delle sue indicazioni e delle sue esternazioni, nel tener conto del suo ruolo per il mantenimento degli equilibri interni e nelle relazioni internazionali.
Riguardo agli altri due simboli fondamentali, sappiamo tutti del nostro Tricolore, assurto a dignità costituzionale nei principi fondamentali della nostra Carta, all’articolo 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. La storia della nostra bandiera risale alla fine del Settecento. Fu individuata ai tempi della Repubblica di Genova nel 1789, poi nei moti studenteschi bolognesi del 1794. Fu però la Repubblica Cispadana ad assumere ufficialmente i tre colori in un vessillo a bande orizzontali con al centro un emblema composto da una faretra, trofei di guerra e quattro frecce, che simboleggiavano le province originali, all’interno di una corona di alloro. Era il 7 gennaio 1797 quando a Reggio Emilia, nell’aula consiliare del Comune oggi ribattezzata Sala del Tricolore, fu promulgato il decreto di adozione del vessillo della nuova repubblica con questa descrizione: « […] che si renda universale lo stendardo o bandiera cispadana di tre colori, verde, bianco e rosso e che questi tre colori si usino anche nella coccarda cispadana, la quale debba portarsi da tutti». Il momento è altamente simbolico per la storia della nostra bandiera e per la storia d’Italia, tanto che oggi si celebra nella data del 7 gennaio la “Giornata nazionale della bandiera” con cerimonie tenute a Reggio Emilia e imbandieramenti istituzionali in tutto il Paese.
Dopo la Restaurazione il tricolore ebbe alterne vicende. Lo ritroviamo nel Regno di Sicilia, nella Repubblica di San Marco e nell’esercito di Carlo Alberto di Savoia dal 1848 al 1849. Giuseppe Mazzini adottò quei colori per il vessillo della Giovine Italia su cui campeggiavano le scritte: da un lato: “Libertà, Uguaglianza, Umanità”; dall’altro: “Unità, Indipendenza”.
Finalmente divenne bandiera del Regno di Sardegna prima e dello Stato italiano dal 1861. Il Tricolore fu vessillo del Regno d’Italia fino al 1946, recando al centro del campo bianco lo scudo di Casa Savoia bordato d’azzurro.
L’avvento della Repubblica indusse alla modifica della bandiera, con la rimozione dei simboli sabaudi. Una normativa recente, il DPR 121/2000, stabilisce che su di essa e sull’asta che la reca, non si devono applicare figure scritte o lettere di alcun tipo. In ogni caso, la dignità della bandiera impone che esse “sono esposte in buono stato e correttamente dispiegate”. Sono o dovrebbero essere tali, diciamo noi, tenuto conto delle misere condizioni in cui spesso vengono mostrate dai balconi degli edifici pubblici, senza che sia stata posta una sanzione per evitare l’offesa a questo simbolo fondamentale.
L’origine del nostro inno nazionale risale invece al 1847 quando Goffredo Mameli scrisse “Il canto degli Italiani” e chiese a Michele Novaro di musicarlo. La sua popolarità risuonò per tutto il Risorgimento, ma dall’Unità d’Italia in poi godette di scarsa fortuna. I Savoia preferirono la Marcia Reale, il fascismo i canti inneggianti al regime e al suo duce. Nell’immediato dopoguerra guadagnò maggiore popolarità la “Leggenda del Piave”, nota anche come “La Canzone del Piave” o “Il Piave mormorava”, scritta nel 1918 da E. A. Mario, paroliere e compositore napoletano.
Dopo il referendum del 2 giugno 1946 però il Governo doveva affrettarsi a decidere per il nuovo inno repubblicano. La scelta sembrò controversa, con un’indecisione fra “Il canto degli Italiani”, la citata “Leggenda del Piave”, il “Va pensiero” di Verdi, l’ “Inno di Garibaldi” o l’ipotesi di un canto completamente nuovo. Approssimandosi la data del 4 novembre, nella quale si celebrava la fine della Prima Guerra Mondiale, il 12 ottobre in Consiglio dei Ministri fu alla fine presa la decisione: “Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli”.
Per effetto di quella decisione “provvisoria” l’inno di Mameli continuò ad essere suonato e cantato negli anni successivi in tutte le manifestazioni di carattere celebrativo, militare, sportivo, musicale, nella resa degli onori e nelle inaugurazioni ufficiali. Solo nel dicembre del 2017 la Legge n. 181 riconobbe formalmente e definitivamente il “Canto degli italiani” di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale inno nazionale della Repubblica. In un iter che si è concluso poco meno di un mese fa, il D.P.R. 14 marzo 2025, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 104 del 7 maggio 2025, ha infine definito e specificato le modalità di esecuzione dell’inno.
Testo tratto da LE ISTITUZIONI E IL VALORE DEI SIMBOLI di Enrico Passaro, in “Pro bono communi – Scritti in onore di Carlo Mosca”, a cura di Marco Valentini e Guido Melis, Editoriale Scientifica Napoli – 2023

